12/05/2012
386- Un luogo santo allo "stato nascente" (13.05.2012)
Il pensiero della settimana, n. 386
Verso fine estate è poco più di un rigagnolo. L’acqua verdastra corre lenta tra canneti e vegetazione fluviale. L’altra sponda è lì, a un lancio di sasso di un braccio poco robusto; le due rive appartengono però a due Stati diversi: di qua Israele di là Giordania. La temperatura è torrida e il sole a perpendicolo picchia feroce. Rigorosamente divisi tra loro, uomini e donne si immergono in quell’acqua stagnante. Sono cristiani ortodossi dalle lunghe vesti bianche con stampigliate sopra delle icone. Escono facendosi gran segni di croce. Siamo al Giordano, non lontano da Gerico verso fine agosto del 2011. Il nome della località è Qasr el Yahud, espressione araba il cui significato è, grosso modo, quello di «castello degli ebrei». È il luogo che ricorda il battesimo di Gesù, ma anche, secondo la tradizione ebraica, il passaggio del fiume da parte delle tribù di Israele ai tempi di Giosuè narrato attraverso un grandioso miracolo che ripropone la divisione della acque al Mar Rosso (Giosuè, 3-4); a detta di alcuni è pure la località del rapimento in cielo di Elia alla fine della sua carriera profetica (2 Re 2,1-18). Un pigro e ristretto corso d’acqua non pare in grado di reggere a tante memorie; né il suo guado sembra esigere davvero nulla di epico. La sproporzione risulta evidente; eppure per chi vi si immerge tutto sembra ancora più che valido. Né è attribuito un gran peso ad altre vicende, di breve periodo, che stanno alle spalle di questo sito.
In acque più correnti e fresche e con sole meno bruciante, molto più a nord, a Yarderit nei pressi del Lago di Tiberiade vi è un altro luogo dotato della pretesa di ricordare il battesimo amministrato da Giovanni Battista. Siamo di fronte a un caso di ubiquità? Le testimonianze evangeliche giocano a sfavore di una collocazione galilaica. Il quarto Vangelo (in anni recenti rivalutato sul piano della documentazione storica) è, in proposito, il più dettagliato. Esso colloca l’avvenimento nei pressi di Betania (villaggio solo omonimo a quello vicino a Gerusalemme in cui abitavano Lazzaro e le sue sorelle), località situata «al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando» (Gv 1,28). Anche Matteo e Marco sono, comunque, concordi sia nel situare l’attività del Battista nel deserto di Giuda sia nell’affermare che Gesù si spostò dalla Galilea per essere battezzato in quel fiume (cfr. Mt 3,1.13; Mc 1,4.9, Luca è invece più vago Lc 3,3.21). Tutto, dunque, propende per la collocazione meridionale e lascia prevedere un lento decadimento del sito settentrionale. Tuttavia rimane da far quadrare i conti con il particolare rimarcato dal quarto Vangelo, Giovanni battezzava «al di là del fiume».
La situazione, in anni recenti, è stata messa in moto dal pellegrinaggio giubilare compiuto nel 2000 da Giovanni Paolo II. In conformità alla sua volontà di ripercorrere le tappe della «storia della salvezza», il papa polacco voleva benedire i fedeli con le acque del fiume nel quali fu battezzato Gesù. La scelta cadde sulla località dotata della più robusta plausibilità storica, vale a dire quella collocata a sud. L’allusione a Betania fece poi propendere per il lato giordano; del resto la parte israeliana allora era tutta militarizzata. Wojtyla benedisse la folla attingendo l’acqua da una specie di fonte battesimale restato poi in loco. I giordani compresero presto la potenzialità del sito e risistemarono rapidamente il loro lato. Nei pressi della riva al di sopra del grande bacile in pietra costruirono una tettoia; alle sue spalle, all’insegna di un turistico ecumenismo, eressero una chiesa ortodossa (i pii bagnanti provengono in massima parte da quell’area). Per quanto siano stati i primi a sfruttare la località, i giordani non sono riusciti, però, a condurre a termine in maniera del tutto soddisfacente l’operazione. Lo testimonia soprattutto il parcheggio degli autobus, collocato piuttosto lontano dalla riva raggiungibile solo attraverso un’angusta stradina. Anche altre infrastrutture sono piuttosto carenti.
Nel 2010 gli israeliani passano al contrattacco. Smilitarizzano la loro parte (al fianco della strada di accesso restano solo dei fili spinati), costruiscono ampi parcheggi, aprono bar e rivendite di gadget, inaugurano locali forniti di docce e edificano un’ampia tettoia in muratura decorata, fuori e dentro, con raffigurazioni dello Spirito Santo in forma di colomba, in tal modo viene inaugurato uno spazio adatto alla preghiera e alle celebrazioni liturgiche di ogni confessione cristiana. Per far tutto ciò il Ministero del Turismo investe una cifra di poco inferiore ai due milioni e mezzo di dollari.
Ormai si coglie con chiarezza la strategia turistica adottata dagli israeliani. Per dirottare i pellegrini dall’area giordana e farli confluire sull’altro lato occorre compensare in qualche modo la mancanza tanto del bacile di pietra quanto della chiesa ortodossa. La prima risposta è stata la costruzione dei servizi e della “tettoia ecumenica”; tuttavia vi era anche un’ulteriore carta da giocare, legata più al nome di Giovanni Battista che a quello di Gesù. Qasr el Yahud può essere raggiunto con una breve deviazione dalla strada che da Qumran riporta a Gerusalemme. L’opzione è preparata da uno spettacolare filmino proiettato su un ampio schermo panoramico visto dai turisti in visita a Qumran, la località in cui furono ritrovati i famosi manoscritti del Mar Morto. Nel film Giovanni Battista è presentato come un membro fuoruscito dalla comunità qumranica. Sul piano storico non ci sono prove attendibili di una simile appartenenza. Quanto conta però è, ovviamente, l’ipotesi di renderla plausibile. Il progetto turistico si prefigge, chiaramente, di proporre l’accoppiata tra le visitatissime grotte di Qumran e il presunto luogo in cui Giovanni amministrava il suo battesimo. Siamo di fronte a un espediente escogitato appunto per vincere la concorrenza giordana forte, nell’ordine, della testimonianza del quarto Vangelo (Betania è puntualmente evocata da quel lato), del ricordo del passaggio di Giovanni Paolo II e della chiesa ortodossa, ma priva di comodi parcheggi, docce, di uno spazio polivalente adattabile a più confessioni cristiane e della supposta prossimità fisica e spirituale tra il Battista e Qumran. Né va dimenticato che, in fin dei conti, il battesimo di Giovanni è una faccenda ebraica, non araba. Visitando Qasr el Yahud si è di fronte a un «luogo santo allo stato nascente» e in ciò si racchiude la maggior parte del suo interesse.
Piero Stefani
09:43 Scritto da: piero-stefani in Il pensiero della settimana | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: fiume giordano, lago tiberiade, giovnni battista, giovanni paolo ii | OKNOtizie |
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05/05/2012
385. Il corpo e l'immagine (06.05.2012)
Il pensiero della settimana, n. 385
Gesù compì gesti. Risanò toccando corpi malati, rovesciò banchi dei cambiavalute, mangiò assieme ai peccatori, lavò i piedi ai propri discepoli, gettò sguardi carichi di affetto, abbracciò bambini; si lasciò toccare i vestiti, lavare i piedi con le lacrime, baciare, profumare il capo; subì la violenza delle percosse e dei chiodi. Come per tutti anche per Gesù il corpo è il luogo per eccellenza della comunicazione e della relazione. Nei vangeli la corporeità è posta in grande evidenza. Gesù è un uomo che, oltre a parlare alle folle, incontra persone. Perciò la parola, il mezzo fondamentale per comunicare l’evangelo, non gli basta.
In Gesù nessun ruolo è affidato all’immagine. Non ci sono suoi ritratti. Fin dall’antichità l’immagine è legata al potere. Sulla moneta del tributo vi è il ritratto di Cesare. L’immagine è l’espediente per rendere presente chi in effetti non è lì. Statue e insegne avevano questo scopo. Ciò vale anche per l’ostensione del potente davanti alle folle. Anche Gesù vi fu sottoposto nell’«ecce homo»; ma ciò avvenne in maniera paradossale. Egli è soggetto ai riti del potere come colui che li subisce, non come chi li sfrutta.
Il corpo è il luogo della relazione diretta. Di contro un esteso potere si afferma, di solito, attraverso rapporti indiretti. Chi lo esercita deve essere presente al di là dei confini legati alle relazioni interpersonali. Per questo i capi delle nazioni debbono mostrarsi e dove non arriva la loro immagine immediata si ricorre a dei sostituti.
Si può ipotizzare che proprio la disgiunzione tra presenza e immagine costituisca una delle ragioni per cui i vangeli, che pur tanto parlano della corporeità di Gesù, non riportano alcuna sua descrizione fisica. Nulla sappiamo della sua statura, dei suoi occhi, dei suoi capelli, del suo incedere; vale a dire dei tratti caratterizzanti le biografie classiche. I vangeli raccontano solo fatti e trasmettono detti. I riferimenti al corpo sono in funzione di queste situazioni.
Non ci sono ritratti; forse ci sono immagini, ma solo in situazioni «altre». Le apparizioni del Risorto, che tanto peso hanno avuto nell’elaborazione della fede primitiva, rasentano infatti la sfera dell’immagine. Forse per questo sono state considerate come una forma solo temporanea di una presenza che poi va testimoniata attraverso la parola.
Qui si apre il problema immenso di sapere perché, a partire da questa descrizione solo funzionale di gesti, sia sorto un patrimonio iconografico senza uguali. Ovunque ci imbattiamo in ritratti di Gesù. Di contro nei vangeli la sua è una presenza priva di immagini. È così perché si descrive una relazione corporea diretta; è così perché c’è la promessa di un «esserci» non visibile: «dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20). Lo stesso vale per il pane e per il vino. Sono forme di presenza invisibili, silenti e spoglie di potere. Di contro il potere legittimo (gli altri non a caso si chiamano occulti) è di solito connesso a una presenza manifesta e indiretta, fatta di «segni» e «insegne».
Gesù, quando fu interpellato se fosse lecito o meno pagare il tributo a Cesare, si fece dare la moneta (lui in proprio ne era sprovvisto) e si fece dire di chi era l’immagine impressa su di essa. Anche quando non raffigurano imperatori, i soldi sono sempre immagini del potere (non limitato a quello di acquisto). Sono portavalori universali perché astratti e convenzionali. In se stessi non hanno alcun valore d’uso perché tutto in essi si risolve nel valore di scambio. Per questo il denaro può essere a sua volta sostituito da forme ancora più virtuali di rappresentazione, senza che ciò ne muti l’efficacia. Specie nel XIX secolo, quando l’elettronica era lungi dal venire, si è riflettuto a lungo su ciò: sono pensieri divenuti desueti. Eppure l’affinità profonda tra civiltà (o barbarie) dell’immagine e quella del denaro si conferma ogni giorno di più.
Come tutti sanno, oggi anche il corpo viene subordinato sempre più all’immagine. La sua peculiarità più diffusa sta ormai nell’apparire. Ciò è molto affine all’universale prevalere del «denaro» sulle «cose» proprio dei nostri tempi. Si parla ormai solo di conti, bilanci, deficit, debiti, tasse e di vite schiacciate o auto-estinte a causa dell’eccedenza del mondo dell’immagine costituito dal denaro rispetto a quello del corpo e della relazione. Tutto appare subordinato al denaro e quando esso o i suoi sostituti mancano è come se tutto venisse meno.
Piero Stefani
07:34 Scritto da: piero-stefani in Il pensiero della settimana | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | OKNOtizie |
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QUATTRO AVVISI
Giovedì 17 maggio 2012, ore 18
a Cremona
Museo Ala Ponzone, via Ugolani Dati, 4
In occasione della settimana della famiglia
Chiara Saraceno e Piero Stefani
dialogano con
Benedetta Tobagi
sul Comandamento Onora il padre e la madre
2)
COMUNITÀ DI VIA SAMBUCO
Milano
Quale riforma nella Chiesa?
Fermenti e tensioni del cattolicesimo
negli ultimi cent’anni
15-22 luglio 2012
Casa Alpina
05:55 Scritto da: piero-stefani in Avvisi | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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