28/01/2012

371. L'epoca dell'obsoleto (29.01.2012)

 

Il  pensiero della settimana, n. 371

 

 

Quando il proconsole Paolo Fabio Massimo introdusse il calendario giuliano nella provincia dell’Asia, fece redigere un’iscrizione che contiene un vero e proprio inno all’era nuova inaugurata da Augusto. In esso si legge questa frase: «Gli uomini non si pentivano più di essere nati». Il mutamento nel modo di contare il tempo fu caricato, in quell’occasione, di significati altamente simbolici. Molti secoli dopo, nella Francia rivoluzionaria, i giacobini cambiarono anch’essi il calendario per indicare l’ingresso in un’epoca nuova. Abbandonato il ritmo settimanale, si razionalizzò il tempo contandolo su base dieci, così come si faceva per pesi e misure. Nel 1830 i rivoluzionari del luglio parigino, ricorda Walter Benjamin, sparavano agli orologi pubblici per indicare l’incipiente svolta nel tempo. Anche i bolscevichi russi tentarono di scardinare la settimana. Più alla buona il fascismo, al fine di accreditare il regime di una sedicente portata rivoluzionaria, aggiunse il numero della nuova «era» affianco all’antica. Nel ’68 l’immaginazione non andò al potere; nessuno fu, perciò, nelle condizioni di porre mano ai calendari; eppure, allora, la convinzione di poter iniziare un modo nuovo di vivere fu ugualmente forte e diffusa.

Questa linea, di cui si sono menzionati sparsi e disomogenei lacerti, appare lontana le mille miglia dal modo di pensare e sentire odierno. Quando l’imperativo principale diviene, ovunque, quello di cercare di tappare i buchi, lo sguardo verso una novità che segni un reale (o vagheggiato) cambiamento non ha più ragion d’essere. L’idea di un repentino mutamento collettivo verso il meglio non ha ormai cittadinanza neppure nella sfera dei sogni: I don’t have a dream. L’attesa del nuovo non ha più corso. È constatazione inoppugnabile che in alcuni frangenti storici appaiano giusti e indiscutibili convinzioni e comportamenti giudicati, in altre epoche, assurdi e inaccettabili. Nel mondo contemporaneo, per rendere evidente tutto ciò, basta appellarsi alla memoria individuale. Per provarlo non c’è più bisogno del metro lungo dello storico, è sufficiente il decimetro della cronaca.

Il mutamento continuo, secondo una logica per nulla paradossale, ha evacuato l’idea che si possa essere protagonisti di una svolta capace di segnare l’ingresso in un’epoca davvero nuova. Osservata da questa angolatura, la produzione tecnologica è paradigmatica. La definizione chiave per affermarsi sul mercato è giudicare obsoleto quanto si era prodotto poco prima. La qualifica è indicativa: anche qui non si guarda in avanti, si giudica la novità voltandosi indietro. Non si afferma che il prodotto nuovo è davvero tale, si sostiene che esso ha fatto invecchiare quello precedente. Del resto, il sigillo dell’effimero è impresso, per definizione, anche sul nuovo prodotto destinato, in tempi rapidissimi, a diventare a propria volta obsoleto. La legge del mercato ha fatto sì che mutamenti, che un tempo sarebbero stati giudicati epocali, vengano percepiti ora all’insegna del provvisorio. Le tecnologia crea le condizioni in virtù delle quali ciascuno, nell’arco breve della sua vita, assiste a una serie inesauribile di tramonti.

L’altro estremo del «progresso tecnologico» sono le discariche. Guardandosi attorno, un Qohelet contemporaneo avrebbe molti motivi a cui ispirarsi. Oggi, nella vita delle persone, vi è l’assillo quotidiano di liberarsi, nell’ordine, di giradischi, macchine da scrivere elettriche, computer lenti e pesanti, schermi non piatti, telefonini di penultima generazione e così  via all’infinito. Alle cose nate per diventare al più presto possibile obsoleto non è concesso il ricovero dorato dell’antiquariato (al più può essere ospitato da qualche isolato collezionista). 

La perennità del mutamento ci ha tolto l’idea di futuro. Chi, come l’attuale governo, prospetta di uscire dalla crisi attraverso un rilancio della produzione legato alla logica del mercato, lo fa, di norma, per pura retorica. Tuttavia, se ci riuscisse, contribuirebbe a rendere ancor più forte in noi  l’idea di vivere nel tempo della caducità universale. Il suo successo ci consegnerebbe ancor di più a un’economia che vive di effimero. Dante, a proposito della Fortuna, parla di una temporalità ciclica, senza telos (fine)  e perciò in continuo mutamento. Nell’Inferno si legge al suo riguardo: «Le sue permutazion non hanno triegue: / necessità la fa esser veloce» (VII, 87-88). Così avviene anche per la produzione e per il mercato. La tecnologia, come la Fortuna, è  legata a un tempo in cui le continue permutazioni potenziano al massimo il senso della caducità universale. Esso penetra dentro ciascuno di noi. Anche le inquietudini interiori nella nostra società sono diventate liquide: scappano tra le mani lasciando per breve tempo qualche umidore sui polpastrelli.

In questo contesto, la sfida forse più grande sta nel salvaguardare una realtà che duri. Questo fronte non è rappresentato dai cosiddetti valori non negoziabili (espressione in cui la negazione è già di per sé indicativa della fragilità di una fondazione che vive solo sulla contrapposizione). La sua dimensione più autentica la si trova in due parole (ovunque minacciate) che rappresentano due facce di una stessa medaglia: fiducia/fedeltà. L’impegno personale e interpersonale che dura nel tempo, in quanto si alimenta in virtù del suo trascorrere, si pone agli antipodi dell’obsoleto. Forse oggi non vi è nulla di più difficile e, perciò, nulla di più necessario, che incontrare persone le cui esistenze sono improntate a questo stile di vita.

Piero Stefani

 

Ferrara -DIVRE' SHIR, Parole di canto *Bologna, I Martedì di San Domenico

1)

 

 

 

Giorno della memoria

 

 

 

Ferrara

 

Domenica 29 gennaio 2012 - ore 17,00

 

Sala degli Stemmi di Castello Estense

 

 

Divrè Shir, Parole di canto

Cinque itinerari per non dimenticare

Immagioni, letture e canti con

l'Accademia Corale V. Veneziani

da un’idea di Piero Stefani

 

FARE CLIC SUL LINK ACCADEMIA CORALE V. VENEZIANI.pdf

 

2)

 

I MARTEDì DI SAN DOMENICO

42° anno – 8° incontro

 

martedì 31 gennaio - ore 21

Salone Bolognini, piazza San Domenico 13, Bologna

 

L’insensata speranza dei giusti

 

 

«La riflessione sui giusti non ha nulla di consolatorio, non è un grimaldello  per ipotizzare una trasformazione della realtà,

ma è un tipo di esperienza che, se indagata in profondità, ci può permettere di vedere il mondo con occhi diversi.»

(da “La bontà insensata” di G. Nissim)

 

 Gabriel Nissim

scrittore - presidente Gariwo - La foresta dei giusti

 

Piero Stefani

docente di ebraismo - Facoltà teologica dell’Italia settentrionale - Milano

 

coordina

fra Giovanni Bertuzzi o.p.

direttore del Centro San Domenico – Bologna

ingresso libero 

21/01/2012

370. Il girasole della memoria (22.02.2012)

 

 

Il pensiero della settimana, n. 370

 

 Quando si vive in situazioni difficili o, peggio, estreme il ricordo può sembrare un lusso. Le strettoie del presente rendono angusti gli orizzonti. Sotto la sferza degli egiziani, dice il libro dell’Esodo, gli ebrei si limitarono a gridare. Dimentichi delle promesse del loro Dio, non pregavano neppure; si limitavano ad alzare lamenti. Furono questi ultimi che, se così si potesse dire, si incaricarono di turbare il Signore ridestandone la memoria (cfr. Es 2,23-24).

Oggi in Italia la situazione è grave ma non ancora catastrofica, serpeggia però la paura che lo possa diventare. In questo clima celebrare i giorni della memoria «per non dimenticare» (per di più se compiuti «a norma di legge») ha senso solo se  essi diventano occasione di un autentico dibattito etico spoglio di componenti celebrative e aperto verso un confronto e una discussione autentici, in quanto tali già di per sé espressione (e non certo tra quelle di minor profilo) della morale. Non foss’altro  per questo, Il girasole di Simon Wiesenthal va giudicato uno dei grandi testi morali del Novecento.

Gli scritti morali raggiungono il proprio apice non quando assumono la veste di trattati, saggi o sottili aforismi individuali; per essere davvero all’altezza del loro compito, debbono piuttosto testimoniare il vissuto e divenire nel contempo interrogazioni attorno all’esperienza da essi narrata. Siamo perciò agli antipodi della casistica, la quale parte dalla teoria per poi impelagarsi nel vano tentativo di incasellare il vissuto. In definitiva, le autentiche riflessioni etiche devono avere caratteristiche paragonabili a quelle che emergono, ad esempio, dal raffronto fra i due grandi testi che aprono e chiudono lo scrivere di Primo Levi, Se questo è un uomo e I sommersi e i salvati: se non ci fosse stato il primo non sarebbe comparso neppure il secondo.

Il libro di Wiesenthal ha entrambe queste caratteristiche, con l’aggiunta di presentare un dibattito contraddistinto da un’accentuata nota di coralità. Nato da un’estrema esperienza personale, il testo è  infatti diventato, con gli anni, un luogo di sempre maggior confronto a più voci sul ruolo assunto dal perdono nella vita individuale e collettiva.

Durante la guerra lo Häftling  Wiesenthal,  un giorno, fu condotto fuori dal lager per svolgere, assieme ad alcuni suoi compagni, il compito particolarmente ingrato di eliminare residui provenienti dalle camere operatorie del politecnico di Leopoli (dove Wiesenthal si era addottorato in architettura) allora trasformato in ospedale militare. Mentre stava svolgendo quella mansione, un’infermiera lo convocò in  modo inatteso al capezzale di un giovane SS morente, il quale, dopo avergli raccontato il proprio coinvolgimento in una efferata strage di ebrei, chiede a lui in quanto ebreo di essere perdonato per le atrocità commesse. In quel frangente, l’anonimo deportato veniva, dunque, considerato una specie di rappresentante collettivo dell’intero popolo ebraico. Di fronte alla richiesta Wiesenthal, che prima aveva a lungo ascoltato, se ne andò in silenzio senza dar corso  alla supplica rivoltagli da una persona che giaceva sul letto di morte. Alla fine della guerra, Simon Wiesenthal, dopo faticose ricerche, visitò la madre del defunto, non osando, tuttavia, svelarle quanto compiuto da quello che lei riteneva ancora il suo «bravo ragazzo».

La vicenda, stesa per iscritto, fu inviata dal suo autore, negli anni sessanta, a eminenti personalità a cui fu chiesto di formulare una valutazione sul comportamento assunto da Wiesenthal in quella drammatica circostanza. Successivamente i commenti sono cresciuti con l’intervento di persone non direttamente interpellate da Wiesenthal. Nella sua veste attuale questo libro si presenta, anche al di là del caso specifico in oggetto, come una specie di riflessione polifonica di filosofia e/o teologia morali sul tema del perdono. In esso prospettive ebraiche, cristiane e laiche si confrontano su un caso che non consente schematiche semplificazioni e in cui è impossibile indulgere a facili retoriche perdonistiche.[1] Anche il lettore è costretto a decidere; ma, se è sincero, non lo può fare né a priori, né in base a un semplice schierarsi. Al di là della risposta a cui si può giungere (o anche non giungere), l’appello morale del testo si estrinseca appieno già nella sua capacità di mettere in moto la coscienza di ciascuno.

 L’approccio corretto ha bisogno di smascherare  falsi presupposti. Uno tra essi sta nel fatto che tutto quanto concerne la Shoah, la sua memoria e i suoi interrogativi sia, in definitiva, un avvenimento che riguarda in modo precipuo e quasi esclusivo gli ebrei, operazione quest’ultima che, volente o nolente, attenua l’attenzione da riservarsi ai persecutori. Nel caso a cui stiamo qui riferendoci, qualora si assumesse un simile approccio, l’interrogativo e la valutazione morale tenderebbero inevitabilmente a  incentrarsi più sul tema del perdono non concesso dal perseguitato che sulla forza devastante di un regime totalitario che ha potuto trasformare un «bravo ragazzo», educato religiosamente, in un vero e proprio carnefice. Anche per questa via si approderebbe perciò a quella metafisicizzazione di Auschwitz, visto come «male assoluto», che, nel suo apparente radicalismo, invece di incrementare il senso di responsabilità, non fa che attenuarlo.

Piero Stefani



[1]S. Wiesenthal, Il girasole, Garzanti, Milano 2000. In quest’ultima edizione le voci che commentano il racconto sono ben quarantasette. A puro titolo esemplificativo tra i primi interpellati citiamo la presenza del grande pensatore ebreo A. J. Heschel, di Primo Levi, di H. Marcuse, del teologo riformato tedesco H. Gollwitzer, di prestigiosi pesatori cattolici come G. Marcel e J. Maritain, del card. F. König  e  l’«architetto di Hitler» Albert Speer, ecc.