333.Maria Maddalena apostola [1]

Il pensiero della settimana, n. 333

 Nella pietà cristiana, a motivo del formarsi di un agglomerato di passi evangelici, non suffragati da nessuna autentica base testuale, si è creata l’icona di Maria Maddalena vista come peccatrice penitente. Se da un lato il polo del peccato è rappresentato nella maniera più prevedibile legandolo al sesso, dall’altro il senso del pentimento è stato, nonostante tutto, trasmesso in maniera alta collegandolo all’amore per Gesù. Secondo il messaggio proprio dei Vangeli, Maria di Magdala non è riconducibile, però, a quest’ambito; a lei è affidato un compito più decisivo: essere testimone del Risorto; ovverosia, come si usa dire, essere apostola degli apostoli.

Non è difficile comprendere perché, lungo i secoli della cristianità, sia prevalsa la componente penitenziale: nelle nostre vite la colpa, il pentimento e anche il perdono sono realtà più sperimentate della resurrezione che è il fine della vita posto al di là della vita e solo in spe custodito dentro il vaso di creta del nostro corpo. Eppure, secondo l’Evangelo, Maria Maddalena va colta, innanzitutto, accanto al sepolcro vuoto.

Fin dall’origine della fede è difficile parlare di resurrezione. Le più antiche attestazioni sono proclamazioni kerygmatiche; vale a dire, ci si trova di fronte a puri annunci di quanto è stato, spogli di  ogni contesto narrativo. Nel kerygma si afferma solo: Cristo è morto ed è risorto. Poi, a poco a poco,  si iniziò a collegare l’annuncio a  testimoni privilegiati della resurrezione. Paolo, scrivendo ai Corinti, ricapitola l’annuncio originario, già conosciuto dai destinatari della sua lettera, facendo spazio anche alle prime apparizioni: «A voi ho trasmesso, anzitutto quello che anch’io ho ricevuto,  cioè: “che Cristo morì secondo i nostri peccati e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (1 Cor 15,3-5). Qui si assiste a una prima espansione: non si proclama solo la resurrezione, la formula si allarga: si afferma che vi sono state apparizioni. Tuttavia pure questa formulazione, con il tempo, apparve a Paolo troppo stringata ed egli si sentì obbligato ad ampliarla fino a coinvolgere, da ultimo, anche se stesso: «In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi sono vivi, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto» (1Cor 15,6).

Come osservato pure da Ratzinger  nel suo secondo volume su Gesù[2], in tutti i luoghi del Nuovo Testamento al di fuori dei Vangeli in cui si parla di apparizioni, i protagonisti sono solo uomini. Vi è un germinale nucleo narrativo, ma, nel complesso, prevale la pura attestazione, si nominano i testimoni, ma non si dice come avvennero le apparizioni. Molti cercano di spiegare la presenza solo maschile facendo riferimento a una dimensione giuridica di ascendenza ebraica rispetto alla quale era la sola testimonianza maschile ad avere valore. Se fosse così, il paradosso diverrebbe massimo. Ricondurre entro categorie giuridiche e sessuate un evento posto al di là di ogni dimensione esistenzialmente esperibile significherebbe, infatti, negare piuttosto che provare quanto si sta affermando. Se, come dichiara Paolo, in Cristo non c’è né maschio né femmina (Gal 3,28), come restringere le apparizioni  del Risorto a soli uomini?

Per quanto la disposizione canonica e i contenuti narrativi inducano non di rado a pensare il contrario, le lettere autentiche di Paolo precedono cronologicamente  non di poco la redazione dei Vangeli. Tenendo conto di ciò, la figura delle donne come testimoni è collegata strettamente al sorgere del «genere letterario vangelo». In tal modo, con un’operazione senza precedenti nel mondo antico, si attribuì a uno scritto biografico un valore di rivelazione. Dentro questo quadro, si colloca anche il rapporto con Gesù e le donne. Paolo può affermare: qualora si fosse conosciuto Gesù secondo la carne (cioè, lo si fosse incontrato prima della sua resurrezione) ora non lo si conosce più così (2Cor 5,16). Nessuna donna presente nei Vangeli avrebbe  ragionato allo  stesso modo.

Le donne  divengono testimoni della resurrezione solo perché prima, a differenza dei discepoli, non hanno distratto gli occhi dalla croce. Gli oli, vanamente portati  la mattina del giorno in cui non trovarono più il corpo, stanno a indicare che Gesù è esistito nella carne e che questa sua umanità mortale è imprescindibile perché si dia l’evangelo del figlio di Maria. In questo contesto Maddalena è sempre la prima tra altre donne (cfr. Mt  28,1; 16,1 24,1).

Affidare l’intelligenza della fede a narrazioni comporta aprirsi al rischio dell’interpretazione. Non basta più accogliere, occorre anche decifrare. Ciò è particolarmente vero nel quarto Vangelo in cui il ruolo di Maria Maddalena è decisivo. Qui, a differenza degli altri Vangeli, ella non vede da lontano la morte di Gesù, al contrario  Maddalena sta sotto la croce accanto alle altre due Marie e al discepolo amato (Gv 19,25). Ma poi, al mattino del primo giorno della settimana, si reca da sola al sepolcro. Ora inizia una articolata sezione in cui la presenza della Maddalena incornicia la movimentata scena della venuta al sepolcro di Simon Pietro e del discepolo amato (Gv 20, 1-18). Tutti i versetti sono ricchi di rimandi e di significati simbolici. La loro comprensione costituisce perciò uno sforzo  senza fine; nella loro inafferrabilità essi sono, in un certo senso, consoni ad esprimere l’ulteriorità propria di una resurrezione che, in Giovanni, sfocia più che mai nella salita di  Gesù al Padre.

Versi inafferrabili. Un momento famoso della scena è il «Noli me tangere» pronunciato dal Risorto nei confronti della Maddalena. La precomprensione che associa Maria di Madgala alla peccatrice che lava, con le proprie  lacrime, i piedi a Gesù orienta l’interpretazione verso una dimensione tattile (sancita anche dalla iconografia). D’altra parte il verbo greco qui impiegato (aptō) altrove significa, in modo inequivocabile,  toccare (cf. per es.  Mt 8,3.15). Tuttavia nei pressi del sepolcro vuoto il tutto è più misterioso. La traduzione CEI opta per un «non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre» (Gv 20,17). Non sembra estraneo a questa risposta di Gesù il «Rabbunì – che significa “Maestro”» (Gv 20,16) pronunciato dalla Maddalena. Il termine Maestro è legato in Giovanni alla lavanda dei piedi (Gv  13,14), vale a dire al toccare di Gesù proprio della sua umanità. Dopo la resurrezione non è più così, ora sta a noi lavarci i piedi l’un l’altro (Gv 13,15).  Ma chi può dire che il senso prevalente del passo giovanneo sia appunto questo che invita a non trattenere tra noi Gesù come maestro? Ascoltare una narrazione  significa, sempre, entrare nel campo senza fine dell’interpretazione. Davvero il Risorto può essere annunciato e non già trattenuto.

Piero Stefani

 

 

 



[1]  Sintesi dell’intervento al Monastero di Montebello (PU) il 19 marzo 2011 nel corso dell’incontro dedicato a Maria Maddalena.

[2] J. Ratzinger Benedetto XVI, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso di Gerusalemme fino alla resurrezione, Libreria Editrice Vaticana, città del Vaticano 2011,  p. 292.

333.Maria Maddalena apostola [1]ultima modifica: 2011-03-26T09:03:00+01:00da piero-stefani
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato ma sarà visibile all'autore del blog.
I campi obbligatori sono contrassegnati *