«UN SOFFIO PROSSIMO A SVANIRE» (QO 1,2)

Pensiero 644

Dal sito del SAE (www.saenotizie.it). «Una lettura ecumenica del Qohelet»
Nel corso dell’estate si succederanno sette commenti che prendono avvio da passi tratti da questo libro biblico tanto consono al nostro tempo. Accanto alla voce ebraica, ci saranno quelle provenienti da varie Chiese cristiane. Riproduco il mio intervento che apre il ciclo.

«UN SOFFIO PROSSIMO A SVANIRE» (QO 1,2)

Tutti conoscono il nome di Abele. Tutti sanno che nella storia biblica è la prima vittima, muta, della violenza fratricida. Nella Genesi nessuna parola esce dalla sua bocca, a gridare è solo il suo sangue (Gen 4,10); anzi, alla lettera, si parla di «voce dei sangui». Si tratta di un plurale raro anche in ebraico. Un’interpretazione tradizionale afferma che ciò avviene perché chi uccide una persona giovane e senza prole, oltre a sopprimere lui, vanifica la possibilità che egli abbia una discendenza. Accanto al presente, uccide pure il futuro.
Nel nome di Abele sono racchiusi vari significati. Non c’è soltanto lo svelamento che ogni omicidio, in qualunque epoca o luogo avvenga, è, in radice, un fratricidio. Quel nome infatti rappresenta anche il sigillo della nostra comune mortalità. Il secondogenito di Eva è, in base al mito biblico, la prima creatura umana ad aver conosciuto la morte. La sua vita è stata stroncata violentemente, ma ciò è avvenuto perché in lui, come in tutti noi, era già iscritta, fin dalla nascita, la cifra della mortalità. A renderlo manifesto è stato il nome impostogli da colei che gli diede la vita. Quando nacque il primogenito della coppia primordiale, Eva (il nome del neonato nelle storie bibliche più antiche era dato dalla madre) lo chiamò Caino. Un termine che, secondo l’etimologia popolare, attesta la collaborazione divino-umana nel generare una nuova esistenza: «ho acquistato un uomo dal Signore» (Gen 4,1). Qayin è fatto derivare dal verbo qanah («acquistare»). Quando viene alla luce una nuova creatura, è sempre un acquisto per l’umanità. Poi Eva partorì «Abele (Havel)» (Gen 4,2). Il silenzio che contraddistingue il secondogenito è presente fin dal principio. Il suo etimo è sottaciuto; non c’è spiegazione del perché il nuovo nato abbia ricevuto quel nome. C’è povertà anche nelle parole. Sta al lettore scoprire che Havel è un termine destinato a indicare una realtà destinata a finire.
Hevel è la parola più tipica del Qohelet, il suo sigillo di garanzia. Gli studiosi danno per acquisito che l’autore del Qohelet conoscesse le storie primordiali della Genesi. Secondo la narrazione biblica Abele non ebbe discendenti, tuttavia ogni essere umano partecipa ugualmente alla sua insuperabile finitezza. Colto sotto questa angolatura, siamo tutti suoi eredi.
Il termine hevel nel suo significato base indica soffio, alito di vento, vapore, fumo. Girolamo dice che lo «possiamo definire l’evaporare del fumo, un tenue alito di vento che subito si dilegua». Qui fumo va intenso soprattutto nel senso di aria calda, umida, evaporante. Applicato al vivente riguarda perciò un elemento non perenne legato al respiro. L’essere umano è definito hevel in quanto in lui il soffio che lo anima verrà meno. Nella maggior parte dei testi biblici hevel è impiegato in chiave metaforica per affermare la fugacità della vita umana: «un soffio (hevel) sono i miei giorni» (Gb 7,16; cfr. Sal 39,6-7.12; 62,10; 144,4). Nell’ebraico parlato di oggi, per riferirsi alla propria vita, sussiste ancora l’espressione proverbiale «giorni del mio soffio (ymei hevli)».
Né Qohelet, né, tanto meno, il messaggio biblico nel suo insieme sono un semplice lamento sulla caducità dei viventi. Eppure questo senso non va accantonato. Da lontano (il distanziamento è stato imposto a tutti, anche ai più intimi) abbiamo appreso dell’affannosa ricerca di aria e di respiro di chi era là, nei reparti di medicina intensiva o in altri luoghi, persino peggiori, perché privi di assistenza adeguata. Il respiro è una prova inconfutabile della nostra non autosufficienza: dipendiamo da altro. Se manca l’aria si soccombe. Si viene meno però anche se il vivente è, a poco a poco, privato della sua capacità di catturare l’aria. Allora la sua vita è hevel, un soffio che si estingue, evapora. Non c’è il colpo violento che viene dall’esterno; c’è l’ «Abele interno» a cui manca il respiro.
La «voce dei sangui» rappresenta una giovane vita troncata prima di avere discendenti. Non è sempre così. Sappiamo che, nell’isolamento, sono venute meno soprattutto vite cariche di anni. Spesso con discendenza, ma senza congedo. Oltre al presente il virus ha ucciso anche il passato. A noi contrastarlo facendone memoria. La loro voce soffocata grida a noi dai letti.

«UN SOFFIO PROSSIMO A SVANIRE» (QO 1,2)ultima modifica: 2020-06-20T10:43:44+02:00da piero-stefani
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