Pensiero 643_Il dolce giogo di Gesù

Pensiero 643

Il dolce giogo di Gesù

Dalla «Voce di Ferrara-Comacchio», 12 giugno 2020, p. 11. Puntata conclusiva del ciclo «Da che pulpito. Le Chiese cristiane protestanti, ortodosse e cattolica commentano la Scrittura».

«Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore, e ritroverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (Mt 11,28-30).

Nella vita quotidiana l’espressione «imparate da me» contraddistingue una persona consapevole di dare un esempio. Se messa in bocca a un istruttore, in qualunque campo ci si collochi, denota competenza e quindi, inevitabilmente, una dose di sicurezza nei propri mezzi. In altre circostanze la frase suona presuntuosa, tipica di chi desidera manifestare pubblicamente la propria superiorità. Il riferimento immediato è alla dimensione personale, tuttavia esso può collocarsi anche nell’ambito istituzionale. Pure nei rapporti tra le Chiese, e forse non solo nel passato, è risuonato una specie di, più o meno implicito, «imparate da me» rivolto ad altre comunità di credenti in Gesù Cristo nostro Signore.
Gesù afferma: «imparate da me che sono mite e umile di cuore». L’imperativo è sorretto da una motivazione paradossale ed è proprio in essa che è custodito il sigillo della verità. Non c’è autentico magistero senza mitezza e umiltà. Nelle realtà pratiche, anche quelle ecclesiali, ciò è, in sostanza, impossibile. È già un’eccezione che si manifesti nello stile personale di comportamento, si tratta infatti di un modo di vivere che trova riscontro unicamente negli uomini e nelle donne di Dio. Avere un cuore mite e umile è, dal canto suo, istituzionalmente precluso a chi sta attuando un «esercizio d’autorità» che esige obbedienza. La componente imperativa, per definizione, non è umile.
Nella Bibbia c’è un precedente. Anche colui che tutta la tradizione ebraica qualifica, fino a oggi, «nostro maestro» fu «un uomo assai umile, più di qualunque altro sulla faccia della terra» (Nm 12,3). Mosè si manifesta umile nello stesso momento in cui il Signore afferma che il «suo servo» è l’unico con cui Egli ha parlato «bocca a bocca» (Nm 12,7). A motivo della propria umiltà, Mosè intercede a favore di suo fratello Aronne e di sua sorella Maria, puniti dal Signore perché avevano rivendicato quanto ritenevano un ruolo di loro spettanza: «Dissero: “il Signore ha forse parlato solo per mezzo di Mosè? Non ha parlato anche per mezzo nostro?» (Nm 12,2).
L’espressione «il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (Mt 11,30) è anch’essa ricca di risonanze paradossali. Si sarebbe più leggeri se non ci fosse alcun carico, si sarebbe più liberi se il giogo non gravasse sulle spalle. Invece si deve passare proprio attraverso un giogo e un peso. Per gli stanchi e per gli oppressi Gesù impiega un’immagine sabbatica, parla infatti di riposo (anapausis, la traduzione «ristoro» non è felice). Il comandamento del sabato (Es 20, 8-11) contiene una duplice prescrizione; esso dapprima comanda di lavorare per sei giorni e in seguito ordina il riposo del settimo giorno. Il precetto vede nel riposo sabbatico il coronamento dell’operare. I due momenti sono collegati, tuttavia restano distinti: prima l’uno, poi l’altro. In Gesù invece le due componenti si danno nello stesso tempo. Gli stanchi e gli oppressi prendono su di loro il giogo e il peso e appunto in ciò trovano il loro riposo. Avviene così perché Gesù dice loro: «venite a me» (Mt 11,28). Il loro riposo è in Gesù. Imparate a essere anche voi miti e umili e allora il vostro giogo coinciderà con il mio e troverete riposo perché, alla lettera: «io vi riposerò (anaopaysō ymas)» (Mt 11,28); espressione attiva per far sì che altri ricevano ristoro.
Vi sono pesi posti sulle spalle degli altri per volontà non già di Dio ma di uomini che ritengono di parlare in nome di Dio. Gli scribi e i farisei pongono sulle spalle degli uomini pesi opprimenti che si guardano bene di sfiorare in proprio anche solo con un dito (cfr. Mt 23,4). Non è solo storia passata. «Il mio giogo è dolce»; è quello che Gesù porta o quello che chiede ai discepoli di portare? È l’una e l’altra cosa. Lui non impone agli altri un peso che egli non porta in prima persona. A comprovarlo è il detto stesso di Gesù: «imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29).

Pensiero 643_Il dolce giogo di Gesùultima modifica: 2020-06-13T10:51:48+02:00da piero-stefani
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