PENSIERO 645 – Un’anomala normalità

Pensiero 645

Un’anomala normalità[1]

 

   È inscritto nella logica dell’esistenza sia collettiva, sia individuale che si faccia l’abitudine quasi a tutto. È una regola implicita della sopravvivenza. Il giudizio di valore al suo riguardo dipende perciò da quello riservato al vivere assunto in quanto tale. Se continuare a campare è giudicato cosa buona, adattarsi alle situazioni risulta una via obbligata. Allora diviene a poco a poco  accettabile quanto dapprincipio appariva sconvolgente. L’elaborazione del lutto rientra in questi parametri. Come scrisse Josef Roth: «Se ci si abitua alla propria infelicità, perché non abituarsi all’infelicità del prossimo[…]?» (Ebrei erranti, Adelphi, Milano 1985, p. 121).

   La fase in cui ci troviamo in questi ultimo periodo è largamente riconducibile a questi parametri: stiamo imparando a convivere sia con la pandemia, sia con le misure prese per contenerla sia con quelle (ancora largamente da definire nei loro aspetti concreti) volte a uscire dalle conseguenze negative legate alle disposizioni emanate per tener sotto controllo il contagio. Va da sé che ci si abitua entro certi limiti. Il numero di persone che ancora si trova in terapia intensiva o quelle che hanno perso o stanno perdendo il posto di lavoro si trovano di fronte a sfide rispetto alle quali è arduo o impossibile farci l’abitudine.

   Uno degli aspetti paradigmatici (e ormai anche simbolici) di questa situazione è l’uso della mascherina. Quando il pericolo, reale o potenziale, viene da altri fronti, avere il viso coperto (anche solo parzialmente) produce inquietudine. Per saperlo non occorre andare ai vecchi film western, basta pensare ai controlli effettuati quando il terrorismo era presentato come una delle minacce più gravi alla convivenza civile. Anche in quel caso, a mutare determinati comportamenti, assai più del fenomeno in se stesso, furono (e in parte tuttora sono) le misure assunte per tenerlo sottocontrollo. Negli aeroporti il cambiamento più evidente è stato quello dell’introduzione dei metal detector (ora diventata prassi consueta), al giorno d’oggi però l’attenzione è rivolta in massima parte altrove, a costituire nuove forme di controllo sono scanner e tamponi.

   Le mascherine sono d’obbligo nei locali chiusi e anche all’aperto in caso di assembramenti.  La regola tocca in maniera diretta l’ambito cultuale. Le assemblee liturgiche comportano la presenza di più fedeli. Le misure legate al covid-19 hanno prodotto modifiche nello svolgimento dei riti. Igienizzazione, distanziamento, soppressione dello scambio della pace, modalità di distribuzione della comunione e appunto l’obbligo della mascherine. Sono bastate poche settimane e ci si è abituati. Ormai si celebra così. È possibile che insorgeranno problemi di capienza, se con la ripresa delle scuole, bambini e ragazzi (quanti?) torneranno a messa. Da tempo si registra infatti una corrispondenza tra la frequenza della scuola e quella delle messe, anche in tempi normali già ridotta al lumicino durante le vacanze e praticamente nulla in epoca pandemica. Anche a fronte di un decremento, potrebbero ugualmente sorgere problemi di capienza. Con la ripresa delle lezioni bisognerà aumentare le corse degli scuolabus e forse occorrerà fare altrettanto per il numero delle messe. È quel che richiede la logica dei servizi.

   «Servizio» è un termine alto e antico in sede liturgica. In quest’ambito il passaggio dal singolare al plurale costituisce un radicale mutamento di ambiti. Nel primo caso la parola è rivolta a Dio da parte di coloro che, in senso nobile, si definiscono suoi servi, nel secondo è l’erogazione di attività funzionali alla soddisfazione di bisogni sociali. Questi ultimi, di norma, sono di ordine pratico e strumentale, ma ce ne sono anche di spirituali. Quando un treno, per ragioni di linea o altro, non effettua il suo servizio si attivano corse sostitutive. Nel periodo del lockdown si sono moltiplicate varie forme liturgiche sostitutive. Il ventaglio è stato ampio. Le valutazioni varie. Non c’è dubbio che, in alcuni casi, si è manifestata una certa creatività. Il ritorno a una “anomala normalità” sembra aver sopito ogni  spinta inventiva. La riduzione della capacità di interazione assembleare ha inevitabilmente rafforzato il ruolo del celebrante (in termini profani: colui che eroga i servizi).

   Per ricorrere a una espressione gergale (che rasenta il blasfemo) nelle messe di questo periodo la comunione in genere è «servita a domicilio». L’Ordinamento generale del Messale Romano, nel paragrafo 160, afferma: «Il sacerdote prende la patena o la pisside e si reca dai comunicandi, che normalmente si avvicinano processionalmente». Conformandosi all’espressione contenuta in un ben noto canto eucaristico è dato ripetere: «Il tuo popolo in cammino cerca in te la guida. Sulla strada verso il regno sei sostegno col tuo corpo». L’andamento processionale ha, potenzialmente, un significato profondo. Nel procedere collettivo è insita una cifra di incompiutezza propria di un cammino orientato verso il banchetto del regno. Nella polivalenza dei segni è pensabile che chi si accosta a ricevere l’ostia sulla mano riviva, anche nel caso in cui non le conosca, le ultime parole scritte da Martin Lutero alla vigilia della propria morte: «Wir sind Bettler: hoc est verum!» («Siamo mendicanti: questo è il vero»). Stendere la mano per accogliere quanto ci è donato da altri è gesto da mendicanti che ben si attaglia a poveri che, grazie al corpo di Gesù Cristo, si inoltrano sul cammino che li condurrà alla mensa del regno. In modo analogo bisognerebbe inventare ed esplicitare simbologie per questo essere «serviti al banco». Non sarebbe impossibile. Per farlo però sarebbe necessario essere consapevoli dell’anomalia in cui ci si trova, bisognerebbe evitare di farci l’abitudine.

   Lo stesso vale per la mascherina. Essa sta a significare che, proprio mentre si è radunati in assemblea per celebrare Gesù Cristo morto e risorto, il corpo del mio fratello e della mia sorella di fede rappresenta per me una minaccia così come il mio lo costituisce per lui o per lei. È un’enormità che indica di per sé un’anomalia: mentre ci si nutre del corpo di Cristo, i corpi dei fedeli divengono reciprocamente  fonte di pericolo. La risposta alla situazione non è quella (assunta da qualche assemblea liturgica specie in ambito ortodosso; cfr. Il Regno-attualità, 14, 2020, p. 399) di comportarsi come se nulla fosse. La linea da seguire è altra: mettere a tema l’anomalia ed esplicitare nuove forme simboliche consone a questo dato di fatto.  Pure in questo caso, con ogni probabilità, esse andrebbero nella direzione di affermare la nostra condizione di mendicanti di Dio (un genitivo da prendersi in senso tanto soggettivo quanto oggettivo). Tuttavia di simile istanza pare non esserci traccia. La miseria più grande è  quando non ci accorge neppure di essere miseri.

[1] Scritto per il blog della rivista Esodo.

PENSIERO 645 – Un’anomala normalitàultima modifica: 2020-09-06T12:05:13+02:00da piero-stefani
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