Una quaresima di vedovanza

Pensiero 631

Una quaresima di vedovanza

          Mentre scendeva la sera della seconda domenica di quaresima 2020, la Conferenza episcopale italiana emetteva il seguente comunicato:

«  La Chiesa che vive in Italia e, attraverso le Diocesi e le parrocchie, si rende prossima a ogni uomo, condivide la comune preoccupazione di fronte all’emergenza sanitaria che sta interessando il Paese.
Rispetto a tale situazione, la CEI – all’interno di un rapporto di confronto e di collaborazione – in queste settimane ha fatto proprie, rilanciandole, le misure attraverso le quali il Governo è impegnato a contrastare la diffusione del “coronavirus”.
Il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri, entrato in vigore quest’oggi, sospende a livello preventivo, fino a venerdì 3 aprile, sull’intero territorio nazionale “le cerimonie civili e religiose, ivi comprese quelle funebri”.
L’interpretazione fornita dal Governo include rigorosamente le Sante Messe e le esequie tra le “cerimonie religiose”. Si tratta di un passaggio fortemente restrittivo, la cui accoglienza incontra sofferenze e difficoltà nei Pastori, nei sacerdoti e nei fedeli. L’accoglienza del Decreto è mediata unicamente dalla volontà di fare, anche in questo frangente, la propria parte per contribuire alla tutela della salute pubblica. Roma, 8 marzo 2020 ».

          In una nota, ragionevolmente critica, apparsa sul Corriere della sera di lunedì 9 marzo, Andrea Riccardi allude a trattative, avvenute nella giornata di domenica tra la CEI e il governo, volte a chiarire cosa si intendesse «per cerimonie religiose». Il fondatore della Comunità di Sant’Egidio nota che, pur nel suo linguaggio abitualmente cauto, il comunicato CEI lascia trasparire qualche irritazione per una decisione in definitiva più subita che condivisa. Riccardi inoltre osserva che si tratta di un fatto senza precedenti nell’intera storia italiana.
Quest’ultima annotazione è il primo punto su cui soffermarsi. Con le parole «sono sospese le cerimonie civili e religiose comprese quelle funebri» il Decreto della Presidenza del Consiglio prende una decisione senza riscontri nella millenaria storia italiana. Mai nella nostra Penisola, neppure nei periodi più oscuri e tragici, era successo qualcosa del genere. I funzionari ministeriali estensori del decreto avrebbero dovuto essere culturalmente consapevoli della dimensione epocale della loro decisione, così non è stato: non resta che prenderne atto.

          Quanto invece è inaccettabile è che questa portata storica non sia stata messa in luce, con il richiesto vigore, dal comunicato della CEI. Il linguaggio blando assunto dal comunicato non va al di là dia qualche accento patetico. Questo tono dimesso ha fatto sì che la decisione di annullare le messe sia stata in pratica trascurata dai mezzi di comunicazione di massa. La possibile sospensione del campionato di calcio di seria A è all’odg su tutti i media, l’annullamento storico delle Sante Messe è invece in pratica ignorato. Sul piano culturale si è così ulteriormente contribuito a consegnare il cattolicesimo italiano all’insignificanza pubblica. Assumere un tono alto non significava, evidentemente, incitare alla disobbedienza o sollecitare «messe clandestine» come sotto i regimi totalitari anticristiani; comportava solo evidenziare che sospendere le messe (per di più in Quaresima) è un atto che non va posto sullo stesso piano della sospensione delle «cerimonie civili», per non parlare della chiusura delle discoteche, ecc. La CEI aveva il dovere di porre l’accento sulla portata storico-culturale della decisione, il che, peraltro, avrebbe addirittura rafforzato il senso di gravità della situazione attuale.

          Il secondo punto da porre in rilievo è ancora qualificante. Il messaggio che era obbligo rivolgere alla comunità dei credenti doveva porre al centro l’insostituibilità della perdita. Non siamo di fronte a semplici «celebrazioni religiose». La messa domenicale (non quelle feriali) per la vita della Chiesa è una realtà che non può essere sostituita in nessun altro modo. Si tratta non di osservare un precetto ma di celebrare (in senso proprio della parola) comunitariamente il mistero della salvezza. Bisognava affermare che sospendere la messa domenicale comporta per la Chiesa entrare in una condizione di vedovanza che non può essere alleviata in alcun modo (cfr. le Lamentazioni della Settimana Santa). A quanto è dato di vedere sembra invece che ci sia una corsa ai palliativi: pregare in famiglia, come se di norma ci fossero ancora nuclei familiari compatti (giustamente Riccardi osserva la quantità elevatissime di persone sole presenti nelle nostre città), sentire messe e omelie per televisione, recitare rosari e così via, per non parlare della posizione espressa da chi esalta la bellezza di incontrare di nuovo Dio nell’intimità.

          La didattica a distanza in streaming o similia va bene per le scuole e le università (di passaggio resta incomprensibile perché il Decreto abbia mantenuto la scadenza del 15 marzo, quando tutti sanno che non sarà rispettata, se infatti lo fosse la contraddizione sarebbe palese). Di contro la comunicazione a distanza non può sostituire nulla nell’ambito sacramentale dove la presenza dei corpi umani è conditio sine qua non perché ci sia l’efficace opera dello Spirito. In tale ambito si può pensare anche a quello che i catechismi di un tempo chiamavano la «materia del sacramento»: si battezza con l’acqua e si consacrano pane e vino (non loro immagini). Né la dimensione solitaria, né quella virtuale possono fungere da palliativo a questa perdita. Non si tratta di dire: anche noi, in questa dolorosa circostanza, dobbiamo fare sacrifici per il bene comune. Questa posizione va condivisa solo sul piano umano e sociale.
Nella Chiesa occorre attestare apertamente che è in atto un’interruzione nella vita di fede. Si possono avanzare comprensibili riserve sulla posizione «martiriale» assunta dal vescovo di Belley-Ars, Pascal Rolland (cfr. il suo messaggio «Epidemia di coronavirus o epidemia di paura?», facilmente recuperabile su internet); tuttavia la riconoscenza nei suoi confronti è sincera quanto meno per aver indicato quale tipo di linguaggio ecclesiale bisogna assumere in questo momento. In caso contrario capita quel che sta avvenendo in Italia, vale a dire con le parole e le operazioni palliative si sta dando un contributo, tanto inconsapevole quanto reale, all’avanzare, peraltro inarrestabile già per conto suo, al processo di secolarizzazione.

Piero Stefani

Una quaresima di vedovanzaultima modifica: 2020-03-09T21:51:21+01:00da piero-stefani
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