XXV Domenica del tempo ordinario (C)_Nelle dimore eterne

Domenica XXV del tempo ordinario
Am 8,4-7; Sal 113 (112), 1Tm 2,1-8; Lc 16,1-13

Nelle dimore eterne

L’amministratore è scaltro (Lc 16,1-8). Qualificarlo soltanto «disonesto» è indice di una precomprensione che ostacola l’intelligenza del testo: «il padrone lodò l’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza» (Lc 16,8). Il motivo della lode è il suo essersi dimostrato, al pari del serpente (cf. Gen 3,1; Mt 10,7), scaltro. Luca pone, al termine della parabola, una sentenza che ne costituisce una delle chiavi interpretative: «i figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce» (Lc 16,8). A essa seguono tre detti: «fatevi amici con la ricchezza disonesta», «chi è fedele in cose di poco conto è fedele anche in cose importanti», «non potete servire Dio e la ricchezza» (termine un tempo noto con l’evocativo termine «mammona») (Lc 16,9-13). Siamo di fronte a due polarità: una è duale («figli di questo mondo, figli della luce», «Dio e mammona»), l’altra è legata a un ragionamento comparativo «a minori ad maius» (tipico pure della letteratura rabbinica): «chi è fedele in cose di poco conto è fedele anche in cose importanti». Aut aut e paragonabilità sono procedimenti antitetici; la parabola e i detti si servono però di entrambi i principi, da qui l’atmosfera paradossale da essi suscitata. In che cosa «i figli della luce» devono imitare «i figli di questo mondo»? Uno degli ostacoli che impedisce la comprensione del testo è la progressiva estinzione della dimensione duale: chi parla più di «figli di questo mondo» e di «figli della luce»? Tuttavia senza questo aut aut anche la comprensione della parte analogica cade.
L’amministratore scaltro che fa? Serve mammona? Tutt’altro. Egli si serve di mammona. Egli non pone le ricchezze al di sopra della vita; operazione, peraltro, non insolita: da sempre c’è chi si rovina l’esistenza per diventare ricco. Al contrario pone la salvaguardia della propria vita al di sopra della ricchezza altrui. Si serve di mammona per farsi degli amici che gli devono qualcosa in contraccambio. Si tratta di un’operazione che ha luogo tra «i figli di questo mondo», categoria a cui appartengono tanto l’amministratore quanto i debitori. L’analogia paradossale erompe già nel primo detto rivolto ai «figli della luce»: «ebbene io vi dico: fatevi amici con la ricchezza disonesta, perché quando questa verrà a mancare vi accolgano [soggetto sottointeso] nelle dimore eterne» (Lc 16,9). Alla fine del capitolo un’altra parabola (quella del povero Lazzaro, Lc 16, 19-31; Vangelo di domenica prossima) mostrerà, a parti rovesciate, chi, incapace di farsi amici con la propria disonesta sovrabbondanza, non sarà accolto nelle dimore eterne.
Ricchezza e potere sono connotati negativamente dal Vangelo (Lc 4,6-7) ma sono anche caratteristiche di un mondo entro il quale vivono pure «i figli della luce». Anche questi ultimi sono coinvolti nella dimensione della «disonesta ricchezza»; di essa possono servirsi nella misura in cui non la servono: «non potete servire Dio e la ricchezza» (Lc 16, 13). L’analogia con l’amministratore si situa esattamente su questa sponda. La radicale differenza è che i giusti si servono della ricchezza a favore di altri che, in questo mondo, non hanno nulla da dare in contraccambio (cf. Lc 14, 13-14).
Agostino si avvicina a questa linea interpretativa; tuttavia scivola un poco nel finale: «Egli [amministratore] provvedeva a una vita che deve finire e tu non vuoi provvedere a quella eterna?» (Discorsi 359/A,10). Il paragone qui è portato troppo avanti; infatti l’amministratore scaltro provvede alla propria vita, mentre «i figli della luce» godranno di un’ospitalità rispetto alla quale non è dato provvedere. Loro non si fanno amici al fine di essere accolti da questi ultimi nelle dimore eterne: ad accogliere sarà sempre solo Dio. L’analogia non sta nella scaltrezza che è e resta propria dei «figli di questo mondo». Lo scaltro sa servirsi a un tempo della ricchezza e degli uomini, mentre il figlio della luce si serve della ricchezza disonesta per servire gli uomini. La prova provata che non si strumentalizza il prossimo è che il contraccambio è collocato in una dimensione che sfugge totalmente al nostro controllo. In definitiva, una delle ragioni che rendono oggi arduo comprendere la parabola è il fatto che si crede sempre meno nell’aldilà, dimensione nella quale possiamo solo venir accolti senza essere nelle condizioni di provvedervi.

XXV Domenica del tempo ordinario (C)_Nelle dimore eterneultima modifica: 2019-09-21T11:34:32+02:00da piero-stefani
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