362. A fondo

Il pensiero della settimana, n. 362 

 

Un aforisma di Oscar Wilde, ancor più acuto del solito, afferma che l’ottimista pensa che questo sia il migliore dei mondi possibili, il pessimista lo sa. Nel primo caso si tratta di un positivo giudizio di valore, nel secondo di una disincantata constatazione di come stanno le cose. Ricondotto a un ambito più ristretto, il detto calza a pennello all’attuale governo italiano. L’ottimista lo pensa come il migliore dei governi possibili, il pessimista – che in questo caso coincide più che mai con il realista – lo sa. Semplicemente, nelle condizioni in cui ci troviamo non si poteva far di meglio. Mario Monti è una figura  dotata, sul piano internazionale e su quello interno, di un prestigio che lo rende un interlocutore credibile. Nulla di più e nulla di meno, ma è un salto già enorme rispetto a prima. Il passo è di grande portata, ma lo è solo se ci si libera dell’illusione secondo cui l’attuale presidente del consiglio sia dotato di capacità demiurgiche.

Gli avvenimenti degli ultimi giorni provano ulteriormente l’attuale debolezza degli stati, persino dei più forti, a cominciare dalla Germania. Del resto non mancano in Europa casi paradossali. Il Belgio è senza governo da un anno e mezzo, il suo debito pubblico è il 99,2% del Pil; nonostante le sue piccole dimensioni è il quinto paese più indebitato della Ue, eppure nell’ultimo anno il suo Pil è cresciuto dello 0,9% contro lo 0,1% dell’Italia. In fin dei conti, è quasi simbolico che il governo europeo abbia sede a Bruxelles, la capitale di uno stato che tutti gli analisti danno prossimo al disfacimento a causa dell’irrisolta tensione tra fiamminghi e valloni. In questa situazione complessiva, è forse pensabile che un governo possa, con una serie di misure «impressionanti» (che conosce Angela Merkel, ma ignorano tuttora gli italiani), risanare ab imis le finanze, dare un impulso decisivo all’economia, risollevare l’ethos del paese?

Proprio a Bruxelles, Mario Monti è caduto in un lapsus che è stato colto da tutti come tale solo perché il premier italiano lo ha lui stesso evidenziato con immediata e arguta auto-ironia. Priva di commento, la frase secondo la quale ora ci si trova nelle condizioni di andare «a fondo», con ogni probabilità, sarebbe stata compresa nel giusto modo dalla maggior parte degli ascoltatori. Al massimo, essa avrebbe trovato qualche ironica eco tra i vignettisti più pungenti. Di contro, in una cultura nella quale il riferimento a Freud è ormai un dato acquisito, la correzione proposta dallo stesso Monti è diventata spia di una preoccupazione ben più reale di quanto lascino credere le ottimistiche, inevitabili dichiarazioni stando alle quali l’Italia sicuramente ce la farà. Colto sotto quest’angolatura,  il più autentico lapsus del presidente del consiglio è stata proprio la sua pronta auto-correzione, la quale, peraltro, prova anche l’intelligenza di cui è dotato Mario Monti. L’ottimistica pseudo-sicurezza che tutto sarà risolto è, in effetti, solo parte del mito che si è tentato rapidamente di costruire attorno all’ex rettore della Bocconi.

Il primo e più consistente passo in questa direzione è stato compiuto dal presidente Napolitano. Proprio in questa chiave va vista la repentina nomina di Monti a senatore a vita. Nel suo ormai più che quinquennale mandato, Giorgio Napolitano non aveva mai esercitato questa sua facoltà. Inaspettatamente lo ha fatto al fine di esercitare un’investitura preventiva. Tutt’altro spessore avrebbe avuto, infatti, quel riconoscimento se fosse avvenuto dopo, a coronamento di un’azione di governo incisiva e risanatrice.  La nomina precoce, ha evidenziato in maniera ancor più palese la vuotezza del rito di consultazioni volte a dare una copertura formale a una decisione già presa.  D’altronde, in un contesto in cui i partiti politici sono stati indotti a compiere un sostanziale passo indietro, le cose non potevano andare che così. È universalmente noto che i miti divengono tanto  più urgenti quanto più  la politica si muove in un quadro istituzionalmente debole. Vista in quest’ottica, l’operazione avviata da Napolitano non ha in se stessa nulla di scorretto, a patto di essere pessimisti nel senso chiarito da Wilde, il che, paradossalmente, è scelta per sua natura demitizzante.

Nelle scorse settimane ha avuto luogo l’evento memorabile grazie al quale il più esplicito (almeno a parole) difensore del mercato è stato buttato giù proprio dai mercati. Il dato è incontrovertibile. A provarlo basterebbe il fatto che, se il disarcionamento del Cavaliere fosse avvenuto grazie alla politica, il governo del dopo Berlusconi sarebbe stato ben diverso dall’attuale;  in esso, infatti, i politici avrebbero avuto un ruolo consistente. Tutti sanno però che l’esilio dalle leve del potere di questi ultimi è temporaneo. Anzi, ulteriore paradosso, è facile prevedere che tanto più successo avrà il governo Monti tanto maggiore sarà la probabilità che i politici giudichino prossima l’ora in cui compiere il sospirato distacco della spina.

Nei lunghi decenni della sua militanza comunista, Giorgio Napolitano ha avuto sicuramente modo di leggere una frase di Marx riferita alla cosiddetta «rivoluzione di luglio» avvenuta a Parigi nel 1830. Essa riporta una confidenza rivolta dal banchiere liberale Lafitte a Luigi Filippo in cui si diceva: «Da ora in poi regneranno  i banchieri. Lafitte aveva tradito il segreto della rivoluzione». Paradosso della storia, è toccato proprio a un ex comunista nominare un governo che si avvicina parecchio a essere guidato da banchieri (o da persone che vi assomigliano molto) e che – per quanto abbia avuto la massima maggioranza parlamentare della storia repubblicana – tutti definiscono  «governo del Presidente».

Per questa via – come è oggettivamente iscritto nell’attuale congiuntura – la questione finanziaria viene presentata come il principale problema del paese. Il massimo conseguimento – ben arduo da raggiungere – che ci si può attendere da questo governo è, quindi, il risanamento finanziario (un obiettivo di cui è difficile sottovalutare l’importanza), già meno sicuro è attendere da esso la capacità di rilanciare l’economia; infine è, di certo, al di là della sua portata  ipotizzare che possa incidere «a fondo» sull’ethos del paese. Augurarci il contrario sarebbe pensare ottimisticamente che questo è il migliore dei governi possibili, il che, più che un’illusione, sarebbe da giudicare una vera e propria sciagura.

Piero Stefani

 

362. A fondoultima modifica: 2011-11-26T07:42:30+01:00da piero-stefani
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Un pensiero su “362. A fondo

  1. Gli aforismi sono spesso di difficile attribuzione (nel caso di O.Wilde sono spesso estratti da sue opere) ma su questo citato ho dei dubbi: si può sapere la fonte ? In ogni caso parlando di ottimismo e di pessimismo si parla sempre di interpretazione soggettiva e, direi, mai di “disincantata constatazione di come stanno le cose”. L’aforisma citato nel pensiero di questa sett. io lo affiancherei all’altro di Wilde “Quando ero giovane pensavo che il denaro fosse la cosa più importante nella vita: ora che sono vecchio lo so.” e qui “lo so” è la convinzione dopo la prova dell’esperienza…anche nel caso di Monti aspettiamo dopo l’esperienza …..
    Ma sempre sull’opposizione pessimismo-ottimismo mi sembrano significativi questi due aforismi che ho trovato:
    “L’ottimista afferma che viviamo nel migliore dei mondo possibili, e il pessimista teme che sia vero.” – James Branch Cabell e “Il pessimista è quello che crede che le cose non potrebbero andare peggio, e l’ottimista gli risponde: “Oh si che potrebbero !”” – Vladimir Bukovsky

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