279 – Il papa in sinagoga (24.01.2010)

Il Pensiero della settimana n. 279

La visita di Benedetto XVI al Tempio maggiore di Roma ha fornito un contributo decisivo a inscrivere nella prassi  l’atto da parte dei papi di recarsi alla principale sinagoga della città di cui sono vescovi. La scelta della comunità ebraica romana (ricordata da rav Di Segni nel suo discorso) di allestire una mostra dedicata ai pannelli settecenteschi con cui gli ebrei erano costretti a salutare il pontefice appena eletto nel suo percorso verso san Giovanni in Laterano appare, perciò, felicemente simbolica. A partire dalla svolta conciliare, si è progressivamente affermato un rovesciamento grazie al quale tocca al  vescovo di Roma dare un omaggio non forzato alla comunità ebraica della sua città. Il semplice fatto di aver varcato la soglia del Tempio maggiore diviene, in Benedetto XVI, conferma piena della irreversibilità del cammino intrapreso con il Vaticano II..

La visita ha ribadito  l’accettazione piena dell’esigenza, più volte ricordata da parte ebraica, secondo  la quale  il dialogo si svolge fra soggetti di pari dignità. Ciò è reso possibile solo riferendosi a qualcosa di comune. In questa luce va colto il richiamo ai Dieci Comandamenti (o Dieci Parole come ha ripetuto più volte il papa rifacendosi all’uso ebraico) declinati soprattutto in relazione a tre aspetti comuni: la lotta contro l’idolatria (e sullo sfondo di ciò va tenuta presente anche la denuncia dell’aberrazione nazista), la protezione della vita e la santità della famiglia. Ancor  più corale è stato poi il richiamo all’impegno  per la salvaguardia del creato. Su questo fronte la comune eredità biblica può giocare un ruolo di riferimento non ambiguo. Anzi, su queste basi, è ben ipotizzabile un allargamento nei confronti dell’islam o meglio di quelle sue componenti (alcune delle quali presenti per la prima volta tra gli ospiti della sinagoga) che accettano il confronto positivo con tradizioni, come quella ebraica e cristiana, che si presentano sempre più come custodi dell’antico ethos occidentale.

L’aver assunto questa linea ha condotto Benedetto XVI  a riconquistare credito agli occhi degli ebrei e ad attenuare le punte polemiche legate sia alla nuova formulazione della preghiera del Venerdì Santo nel messale latino di Pio V, sia al processo di beatificazione di Pio XII. Il recupero di questa atmosfera più distesa ha però comportato il pagamento di alcuni prezzi, ivi compreso il consapevole mancato chiarimento di alcuni punti che, posti temporaneamente sotto il moggio, potranno, forse, riemergere in futuro e dar luogo a nuovi equivoci.

La volontà di presentare la visita come una normalizzazione ha condotto inevitabilmente alla precomprensione che essa fosse percepita da tutti sotto l’ombra protettiva di quella storica compiuta da Giovanni Paolo II nel 1986. Il richiamo in tale direzione è stato esplicito ancor prima che iniziassero i discorsi, (tutti peraltro concordi nel richiamarla). A renderlo evidente è stato l’incontro, avvenuto prima dell’ingresso nel Tempio, tra Benedetto XVI e il novantacinquenne rav Elio Toaff. Quel gesto  ha assunto il ruolo quasi di chiave ermeneutica di tutto quanto sarebbe avvenuto dopo.

La visita di papa Ratzinger avrebbe potuto assumere un significato in se stesso pienamente storico solo se egli avesse rivendicato a se stesso a pieno titolo la propria appartenenza alla Germania. Se Benedetto XVI avesse imboccato questa via, egli non sarebbe stato colto come il secondo papa che visitava la sinagoga di Roma, ma come il primo papa tedesco a farlo. Questa linea però avrebbe comportato la scelta di affrontare senza reticenze il tema complesso e ambiguo dei rapporti tra Chiesa cattolica e regime nazista. A distanza di molti decenni, appare infatti sempre più netto che il giudizio sull’ideologia nazista espresso dalla Chiesa cattolica negli anni trenta  non risolve in sé il problema dei rapporti effettivi sempre e comunque intrattenuti dalla S, Sede con il Terzo Reich. Ogni discorso storico su Pio XII può sensatamente avvenire solo tenendo conto di questa parziale divaricazione. Situazione che non viene certo risolta appellandosi all’opera, unanimemente riconosciuta, di aiuto agli ebrei compiuto a opera di molti cattolici.

Benedetto XVI ha preferito non imprimere un forte segno personale sulla visita. In un certo senso, egli, per far crescere il dialogo tra ebrei e cristiani, ha voluto presentarsi come un semplice anello di una catena aperta in avanti. Per far ciò ha accettato che le due religioni fossero declinate in modo tale da confermare le loro identità attuali, fatto rivendicato con un certo orgoglio da parte ebraica, specie  in relazione a un dichiarato aumento della pratica religiosa nel proprio seno. In particolare, non si è alzata alcuna parola precisa da parte del papa nei confronti  della piena identificazione ebraica con lo Stato d’Israele. Questa posizione è stata articolata in linguaggio religioso da rav Di Segni  – il quale ha giudicato lo stato una conseguenza diretta delle promesse bibliche – e in chiave politica (connotata in modo palesemente antislamico) dal presidente della comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici. In questo contesto, Benedetto XVI ha opportunamente richiamato l’appello alla pace da lui effettuato nel corso del suo viaggio in Israele nel maggio scorso; ma non ha detto nulla  nei riguardi della distinzione tra promessa della terra e forma stato che pur si presenta conforme tanto all’autentica eredità biblica quanto alle stesse modalità in cui è avvenuto il riconoscimento dello stato d’Israele da parte della Santa Sede. Né il papa si trovava nelle condizioni di pronunciare parole precise sulla condizione dei palestinesi sia per denunciare le loro, spesso, drammatiche condizioni di vita, sia per alludere ai processi di degenerazione civile e politica presenti nell’intera area.

Il prezzo più significativo pagato da Benedetto XVI è stato però il suo silenzio teologico sui punti che da parte ebraica sono considerati limiti invalicabili per l’effettuazione dei dialogo. Si tratta in pratica proprio della questione, di cruciale importanza, che sta dietro alla formulazione della preghiera per gli ebrei contenuta nella liturgia latina del Venerdì Santo. Il problema in effetti non è quello della conversione  intesa come invito agli ebrei di entrare nella Chiesa, ma quello di come affermare tanto l’azione universale di salvezza compiutasi in Gesù Cristo, cuore dell’annuncio evangelico, quanto il fatto che l’alleanza tra Dio e  il popolo di Israele  è perenne. Si tratta di un tema antico e contemporaneo, ma sconosciuto per tutti i lunghi secoli in cui la Chiesa ha pubblicamente dichiarato la revoca dell’alleanza e la possibilità di coniugare solo in un remoto passato l’elezione d’Israele. Temi di non minor difficoltà emergono in relazione ai rapporti tra i due Testamenti. Ratzinger ha più volte ripetuto che l’Antico Testamento non sarebbe un testo cristiano se non parlasse di Cristo. Sotto la cupola azzurra del Tempio maggiore doveva avvolgere questa sua convinzione nel silenzio.

Tutte le valutazioni fin compiute hanno una loro peso e una loro pertinenza; resta comunque la sensazione che, di fronte ai discorsi pronunciati domenica scorsa,  alto sarebbe stato lo sconcerto di una persona mossa dalla convinzione – in linea di principio ben fondata –  stando alla quale ebraismo e cristianesimo siano due religioni messianiche. .

Piero Stefani

 

279 – Il papa in sinagoga (24.01.2010)ultima modifica: 2010-01-23T17:34:00+01:00da piero-stefani
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Un pensiero su “279 – Il papa in sinagoga (24.01.2010)

  1. “… alto sarebbe stato lo sconcerto di una persona mossa dalla convinzione – in linea di principio ben fondata – stando alla quale ebraismo e cristianesimo siano due religioni messianiche”. Frase stimolante, ma piuttosto criptica, almeno per me. Mi pare, come credo paia ai più, che ebraismo e cristianesimo si differenzino in modo inconciliabile proprio riguardo all’attuazione della promessa messianica. L’unico ponte che la mia modestissima cultura teologica riesce a evocare è quello ebionita, nobile e commovente quanto storicamente marginale. Eppure il cammino di una riconciliazione autentica non può aggirare questo ostacolo, ignorare questa sfida.

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