652 – Dalla cyberteologia alla via del kintsugi (Parte II)

3) E di fragilità della religione? [1]

[…]Vi sono, è ovvio, anche segni legati a un’appartenenza collettiva a un gruppo (qualunque esso sia). Peraltro la produzione simbolica legata a queste dinamiche pubbliche (siano esse tradizionali connesse a processioni con statue di Madonne o santi o alternative correlate a manifestazioni politiche, sociali, sportive, ecc.) da molti mesi deve misurarsi con la situazione inedita della pandemia. Le misure anticovid ostacolano persino i piccoli riti ristretti all’ambito familiare e amicale, per non parlare, va da sé, di quelli collettivi e pubblici. Per converso, le attuali circostanze hanno ulteriormente potenziato, in ambito sia interpersonale sia  collettivo, la produzione simbolica tipica dei social. Non è da oggi che si parla di cyberteologia.

 

4) Quali legami/relazioni vede possibili fra Dio, singole persone credenti, comunità in cammino e/o in conflitto?

Come Dio guardi al suo mondo ci è dato di dirlo solo attraverso un linguaggio mitico-immaginifico-narrativo. È quello della Bibbia, ma non solo di essa. Sant’Ignazio negli Esercizi spirituali (n. 108) invita la persona devota  a collocarsi, con l’immaginazione, in cielo e a «guardare ciò che fanno le persone sulla faccia della terra, come sarebbe ferire, uccidere, andare all’inferno, ecc.; altrettanto guardare ciò che fanno le persone divine cioè attuare la santissima incarnazione». In queste righe la prospettiva dell’inferno è posta in continuità con il ferire e uccidere reciproci da parte degli uomini. L’inferno comincia già qui quando si scatena la violenza interumana. La dannazione è l’uomo che opprime e sopprime il prossimo suo. È  quanto affermato dalla Genesi: «La terra era corrotta davanti a Dio e piena  di violenza. Dio guardò la terra ed ecco era corrotta perché ogni carne aveva corrotto la sua via sulla terra» (Gen 6,11-12). Il riferimento a Dio è la sola prospettiva che ci conferma il fatto che violenza e corruzione  siano  realmente inaccettabili e non già cose che accadono inevitabilmente. L’incarnazione, per continuare a chiosare liberamente Ignazio, afferma il più profondo coinvolgimento possibile di Dio con il suo mondo «corrotto». Una verità dicibile solo nella fede. Una verifica empirica della condizione del mondo a partire dal mondo è obbligata a concludere che tutto continua ad avvenire «etsi Deus non daretur».

5) Crisi spirituali, sociali, economiche, ecologiche… A quale pensiero possiamo attingere per seminare alberi che diano buoni frutti?

Il mio compianto amico Gino Girolomoni è considerato uno dei padri dell’agricoltura biologica in Italia. A lui si deve una frase che dice pressappoco così (cito a memoria): «io non mi dedico all’agricoltura biologica perché penso che essa salverà il mondo, ma per non essere dalla parte di quelli che il mondo lo stanno distruggendo». Mi pare una posizione molto profonda che non vale solo per l’agricoltura o l’ecologia; con le modifiche del caso essa è applicabile a ogni aspetto sociale, economico e persino spirituale. Per sanare i disastri scaturiti da uno spirito prometeico non è dato essere a propria volta prometeici sia pure di segno opposto. Il primo intervento su una persona ferita è ricucire le lacerazioni. Se tutto va bene sarà risanata, le cicatrici però resteranno (persino il Risorto mantenne le stimmate). Prospettare un mondo del tutto risanato fu tipico di prospettive rivoluzionarie che quando furono  trascritte in pratica produssero catastrofi.

In Giappone vi è un’arte chiamata kintsugi. Quando i giapponesi rompono casualmente un vasellame prezioso, valorizzano la crepa riempiendo la spaccatura con oro, argento o lacca. Essi ritengono che quando qualcosa ha subìto una ferita e ha sofferto un oltraggio possa, se riparata, esser occasione per esprimere una forma di perfezione estetica ed interiore maggiore di quanto fosse in precedenza. Occorre ispirarsi a questa logica, anche se è solo sul piano spirituale e artistico che l’esito sarà più bello di prima (per il Vangelo è quello del peccatore pentito); nella prosa della società le ferite spesso lasciano segni negativi permanenti. Tuttavia, sia pure in maniera meno integra, la via da seguire resta quella del kintsugi.

 

6) Concetti quali “convivialità” (penso a Ivan Illich, che ne parla in termini di virtù, in opposizione a un’apocalisse tecnocratica) e “vulnerabilità” (penso a Judith Butler, che ne parla in termini di reciprocità e interconnessione, quando ad esempio racconta delle poesie di detenuti a Guantanamo, confiscate e distrutte perchè considerate rischiose per la sicurezza nazionale, “poesia intesa come prova e come preghiera, dove ogni parola è alla fine destinata a un altro. Le tazze vengono fatte passare di cella in cella; le poesie vengono fatte uscire dal campo di nascosto. Esse sono delle invocazioni. Sono dei tentativi di ristabilire la socialità del mondo, perfino quando non c’è alcuna ragione concreta di pensare che sia possibile una cosa del genere”…. http://www.kainos.it/numero8/emergenze/butler.html) potrebbero darci una traccia verso una “redenzione”?

   Forse oggi il punto da salvaguardare più di ogni altro è quello della dignità umana.  Un terreno che dovrebbe essere il più accomunante, eppure sappiamo che anch’esso è soggetto a contese interpretative (se non peggio). Basta pensare a una frase come quella che rivendica il fatto di morire con dignità. Lo stesso principio è invocato a sostegno di prassi opposte. Nelle applicazioni concrete le oscillazioni sono accentuate. Tuttavia l’appello non è vano per quel tanto che fa riferimento a un ambito che si pone, in ogni caso, al di là della sfera dell’utilità. La convivialità e le poesie di Guantanamo non servono a nulla e in ciò risiede gran parte della loro dignità e grandezza. In questo senso sono caparra di un mondo redento. Caparra minima perché il predominio del tecnocratico è sotto gli occhi di tutti. La strumentalizzazione universale dell’umano attuata dalla tecnica è l’apoteosi dell’utilità. Tuttavia la dignità è caparra (cioè piccola cosa) anche in un altro senso: non è dato sottrarci alla sfera dell’utile, pensiamo alla situazione attuale e al vaccino. Siamo ben consapevoli di quanti interessi economici, non solo limpidi (per essere eufemistici), vi girano attorno, eppure non siamo nelle condizioni di farne a meno. Non è certo l’unico caso; anch’esso però conferma, per via di antitesi, il fatto che la pienezza della redenzione non sia di questo mondo in cui «bene e male» sono inestricabilmente avvinghiati. Un’affermazione per secoli indiscutibile per la fede e la vita di tutte le Chiese mentre ora, per più aspetti, essa sembra presentarsi come una convinzione  consegnata a una crescente marginalità.

 

[1]  Nel Pensiero n. 651 per un mio errore non avevo riportato la parte finale della risposta n. 3.

652 – Dalla cyberteologia alla via del kintsugi (Parte II)ultima modifica: 2020-12-05T10:49:10+01:00da piero-stefani
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