648 – Fratello, tra Antico e Nuovo Testamento (2)

648 –  Fratello, fra Antico e Nuovo Testamento  (2)

 Il fratello indigente

   Si legge nel libro del Deuteronomio (15,11): «Poiché il povero (‛evyón) non mancherà in mezzo alla terra, perciò Io ti ordino: “apri, apri la tua mano al tuo fratello, al tuo indigente (’anaw), al tuo povero nella tua terra”». Il versetto fa parte delle norme relative all’anno sabbatico. Colpisce la presenza dell’aggettivo possessivo «tuo». In senso stretto, è fuori discussione che nel brano biblico (Dt 15, 1-11) «tuo»  sia riferito  a un altro ebreo. «Tuo» comporta una chiamata imperativa alla responsabilità: «apri, apri la tua mano». Non è il pugno chiuso che rinserra e percuote; è la mano aperta che ne incontra un’altra. La mano è tua, non sua, non loro. Nessuno è nelle condizioni di sostituirsi rispetto al fratello, povero e indigente, che è contraddistinto dal possessivo «tuo», lo stesso che caratterizzò il rapporto di Caino rispetto ad Abele. All’origine «tuo» fu detto «dopo», quando era già avvenuto l’irreparabile, nel Deuteronomio è invece dichiarato «prima»: c’è ancora tempo per porre rimedio alla indigenza del fratello.

L’anno sabbatico è tempo del «condono» e della «remissione». Nel settimo anno i debiti vengono annullati. Il tema del debito, specie a livello internazionale, è ben presente nell’enciclica così come quello della sua estinzione (cfr. n. 127). Il Deuteronomio è consapevole che quando si avvicina la scadenza si è quindi tentati di non concederli, lo si farebbe infatti in perdita: «Bada bene che non ti entri nel cuore questo pensiero iniquo: “È vicino il settimo anno quello della remissione” e il tuo occhio non sia cattivo verso tuo fratello indigente e tu non gli dia nulla» (Dt  15,9). È proprio a questo punto che erompe l’ammonimento più forte. Quando non si concede il prestito, si alza il  grido del povero: «Egli griderà contro di te al Signore e sarà su di te peccato» (Dt 15,8).  Peccato non per quanto hai fatto ma per quanto non hai fatto; si tratta di omissione. Non è concesso un prestito che si sapeva già in partenza che sarebbe stato “a fondo perduto”.

Avere un prestito è diritto del povero. Concederglielo non è misericordia, è zedaqah «giustizia». Nel quindicesimo capitolo del Deuteronomio è contenuto un paradosso. Esso indica tutta l’ambivalenza della povertà. I poveri ci sono, hanno diritti, ti obbligano, chiamano in causa la tua responsabilità; eppure, per altri versi, essi non ci dovrebbero essere; la loro esistenza indica infatti anche una forma di inadeguatezza, di stortura, di imperfezione radicale presente nella società. Pochi versetti prima di dichiarare che il povero non mancherà mai nel paese (cfr. Dt 15, 11; Mt 26, 11), il Deuteronomio aveva affermato: «Soltanto che non ci sarà presso di te alcun povero perché il Signore ti benedirà grandemente nella terra che il Signore tuo Dio ti darà in possesso ereditario» (Dt 15,4). Non ci saranno poveri eppure essi non mancheranno mai. La promessa di benedizione eccede sempre la benedizione di cui è dato effettivamente di beneficiare. Ci si può chiedere se questa «eccedenza» non valga anche per la richiesta, forse troppo impegnativa, di concedere prestiti a fondo perduto. Di questo parere fu, per esempio, la legislazione rabbinica la quale elaborò una modalità, detta del prosbul, che, contro la lettera del testo sacro, trovò una via per svincolarsi dalla remissione del settimo anno (cfr Talmud babilonese, Ghittin 36 a-b).

Lo scopo a cui mira il nostro versetto biblico è che sia concesso il prestito, una forma di aiuto finanziario presente solo in società di disuguali. Per raggiungere l’intento non è produttivo far conto unicamente sulla generosità, bisogna affidarsi a compromessi che, sapendo qual è la natura umana, garantiscano il minor male possibile in una situazione di disuguaglianza radicale. La logica della decisione rabbinica è quella stessa che preside alla politica.

648 – Fratello, tra Antico e Nuovo Testamento (2)ultima modifica: 2020-11-07T22:23:46+01:00da piero-stefani
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