XXIV Domenica del tempo ordinario(C)Una regalità di sottomissione

Premessa. Questo commento chiude il ciclo triennale che ho scritto per il sito della rivista «Il Regno»; dalla prossima settimana il compito sarà affidato, in quella sede, alle suore clarisse cappuccine della comunità di Fiera di Primiero (TN). Ma cosa avverrà in questa sede? Antonio Martino ha dichiarato la propria disponibilità a continuare a coordinare e curare il blog. I suoi anni sono tanti ma la sua generosità è più grande dell’anagrafe. Il mio ringraziamento nei suoi confronti è grande e duraturo. E io che farò? Riprendere il filo lasciato tre anni fa, perché da me giudicato ormai un po’ troppo sfilacciato, del «Il pensiero della settimana»? Diluirne la scadenza? Ridurlo a poche righe? Dichiarare che il filo si è infine spezzato? Ora come ora non saprei rispondere. «E chi potrebbe rispondere se non tu?». L’ipotetica obiezione è senza dubbio pertinente, ma lo è anche la replica che indica come, a volte, l’incertezza personale sia una compagna di strada assidua, anche se non desiderata. Grazie ancora una volta ad Antonio vi informerò, o con parole che annunciano l’arrivo al capolinea o con fatti che indicano che davanti a noi ci sono ancora tappe da percorrere.

Un abbraccio a tutti voi
Piero

XXXIV domenica del tempo ordinario. Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo
2Sam 5,1-3; Sal 122(121); Col 1,12-20; Lc 23,35-43

Una regalità di sottomissione

Celebrare «nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo» con una scena ambientata sul Calvario non è fonte di sbigottimento per chi crede che la croce di Gesù «vero Dio e vero uomo» costituisca la definitiva vittoria sul male. La liturgia del Venerdì Santo per secoli propose un inno (tuttora in uso nei Vespri del tempo di quaresima) di Venanzio Fortunato, Vexila regis prodeunt. La croce è il vessillo del re. Lo è perché (come si legge nella versione completa dell’inno): «regnavit a ligno Deus». In che consista questa regalità lo dicono altri versi: «O croce beata che apristi / le braccia a Gesù redentore, / bilancia del grande riscatto / che tolse la preda all’inferno». Sulla scorta di questo riferimento va compreso anche il verso dantesco in cui Virgilio, per additare il centro del regno satanico, proclama: «vexila regis prodeunt inferni». Con questa drammatica parodia comincia il XXXIV canto dell’Inferno, l’ultimo; così come XXXIV e ultima è questa domenica dell’anno liturgico (e più modestamente, ultimo è anche il mio commento che chiude un percorso triennale).
Dante situa nel punto più basso dell’universo Lucifero, eternamente sconfitto. Nel Vangelo di Luca (Lc 23, 35-43) si respira un’aria tutta diversa da quella fin qui evocata. Ai nostri giorni, vale a dire in un tempo nel quale la vittoria sugli inferi non è più pensabile nelle modalità contenute nell’inno, a renderci turbati è la volontà di celebrare ancora un titolo (reso festa liturgica solo nel 1925) non corrispondente al significato profondo del messaggio evangelico. Non lo è anche se, ormai tramontata l’idea di pensarlo, come voleva Pio XI, nell’orizzonte della società, lo si proietta in qualche forma di regalità universale. Persino quando è vista in chiave escatologica la regalità del Figlio sta nel consegnarla e non già nell’esercitarla in prima persona. Ciò varrà anche quando sarà conseguita la definitiva vittoria sull’ultimo nemico: «È infatti necessario che regni finché non abbia posto tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi […] E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti» (1Cor 15, 25- 28). La più alta regalità di Gesù Cristo sta nella sottomissione.
In Luca il clima non è questo; tuttavia è vero che anche qui Gesù non è incentrato su se stesso. Già crocifisso, Gesù prega il Padre di perdonare coloro che lo condannano a morte perché non sanno quello che fanno (Lc 23, 34). Prega il Padre, non perdona in prima persona. La preghiera, tuttavia, non produce alcun pentimento nell’animo degli astanti; i capi giudaici, i soldati romani, il malfattore non pentito ripetono tutti le stesse parole: «Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto» (Lc 23, 35); «Se tu sei re dei Giudei, salva te stesso» (Lc 23, 37); «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi» (Lc 23, 39). La missione affidata a Gesù non è però di salvare se stesso. Lo comprende subito il «buon ladrone». Le sue parole dapprima sono un rimprovero rispetto al «noi» pronunciato dal compagno malfattore che vuole uguagliare la propria condizione a quella dell’innocente ingiustamente punito (Lc 23,41), poi il tono muta, il ladrone ora si rivolge con un autentico «tu» a colui che gli sta morendo accanto, lo fa abbandonando il titolo («Cristo») per impiegare, lui solo, il nome proprio: «Gesù, ricordati di me quando entrerai [alla lettera “verrai”] nel tuo regno». La salvezza è proiettata dal ladrone penitente nell’avvenire. Gesù risponde a questa vocazione con un «oggi». Lo fa ricorrendo alla rara parola «paradiso»; realtà situata da Paolo nel terzo cielo (2Cor 12,1-4). Con questo termine egli vuole indicare una situazione eccelsa ma che non coincide ancora con la fine quando il Dio unico, se così si potesse dire, si moltiplicherà per essere «tutto in tutti» (1Cor 15,28 ) (e non tutti nel tutto). L’«oggi» pronunciato da Gesù in croce implica l’avvenire di Dio.
Sono le penultime parole dette prima di morire. Le ultime saranno un affidarsi al Padre. Gesù sulla croce non salva se stesso. Si rivolge al Padre sia a favore di altri («Padre perdona loro…») sia guardando a stesso: «Padre, nella tue mani, consegno il mio spirito»(Lc 23, 46).

XXIV Domenica del tempo ordinario(C)Una regalità di sottomissioneultima modifica: 2019-11-22T19:47:20+01:00da piero-stefani
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