I Domenica di Avvento (C) Quando il Figlio del’Uomo verrà

I Domenica di Avvento
Ger 33,14-16; Sal 25 (24); 1Ts 3,12-4,23; Lc 21,25-28.34-36

Quando il Figlio dell’uomo verrà

Il ciclo liturgico sinagogale termina in autunno con la festa di Simchàt Toràh («gioia della Legge»). Nel corso dell’anno, settimana dopo settimana, era stata proclamata l’intera Toràh (Pentateuco). Giunti al termine, subito si ricomincia: nello stesso giorno vengono proclamati tanto l’ultimo capitolo del Deuteronomio (morte di Mosè) quanto il primo capitolo della Genesi (inizio di tutte le cose). La ruota continua a girare senza soluzione di continuità. Con la scomparsa di Mosè viene meno una grande guida, tuttavia, prima della sua morte, era già stato nominato il suo successore: Giosuè (Dt 31,1-8). Il ciclo liturgico della Chiesa cattolica romana si chiude e si apre invece all’insegna della venuta del Figlio dell’uomo, figura definitiva e perciò priva di successori. Mentre si cammina nel tempo lo sguardo è proiettato verso la fine dei tempi. Quando si ricomincia il ciclo delle feste, in luogo di far memoria di quanto è avvenuto, si attende quanto deve ancora avvenire. All’inizio c’è l’avvento. In questa domenica la liturgia cerca di trascendere se stessa, tenta cioè l’impossibile impresa di sollevarsi da terra tirandosi per i capelli. La vita di fede trova in questo paradosso un sigillo di verità. Il diverso modo ebraico e cristiano in cui si chiude un ciclo liturgico e si comincia il successivo è spia rilevante del fatto che le comunità dei credenti in Gesù Cristo sono radicalmente differenti da Israele, il popolo a cui Dio ha riservato una chiamata e dei doni non soggetti a pentimento (cf. Rm 11, 29).
«Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo» (Lc 21, 36). La chiusa del passo evangelico di oggi si muove su due registri: la forza di sfuggire alle sciagure preannunciate nei versetti precedenti e quella di comparire di fronte al Figlio dell’uomo (Lc 21,36). Le due prospettive sono omogenee o discordanti? Dopo la catastrofe è espresso il timore di trovarsi al cospetto di un giudice per il quale non vi è alcunché di nascosto? O, al contrario, si deve pensare che si resiste durante le prove per riuscire infine a comparire davanti al Figlio dell’uomo che ci donerà la definitiva salvezza? Il testo resta sospeso, come avviene per tutto quanto riguarda i discorsi relativi alla fine dei tempi. Leggendo questo versetto di Luca si è propensi a collegarlo ad altre parole riportate solo dal suo Vangelo: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18,8). Si tratta di una domanda propria del credente. La sua formulazione non lascia adito a equivoci. L’interrogativo sulla permanenza della fede è davvero tale, vale a dire resta aperto. Esso sorge però solo all’interno di un presupposto che rappresenta il contenuto più alto e arduo della fede stessa: la venuta del Figlio dell’uomo alla fine dei tempi. Al di fuori della fede non vi è alcun riferimento a una conclusione della storia umana contraddistinta non da una estinzione lenta o brusca di quanto c’è, bensì dal sopraggiungere di quanto ancora non è presente. L’interrogativo gravita tutto sulla nostra forza di sperare e di attendere. Al principio dell’anno liturgico c’è l’«attesa della tua venuta». Rispetto a questa speranza non giunta a compimento la domanda sulla presenza della fede sulla terra diviene stringente e drammatica.

I Domenica di Avvento (C) Quando il Figlio del’Uomo verràultima modifica: 2018-12-01T14:32:58+01:00da piero-stefani
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