547 – Papa Francesco nello specchio di Machiavelli – (20.12.2015)

Il pensiero della settimana, n. 547

 Papa Francesco nello specchio di Machiavelli

 Ma quanto alle sètte si vede ancora queste rinnovazioni essere necessarie, per lo esemplo della nostra religione, la quale, se non fossi stata ritirata verso il suo principio da Santo Francesco e da Santo Domenico sarebbe al tutto spenta. Perché questi, con la povertà e con lo esemplo della vita di Cristo, la ridussono nella mente degli uomini, che già vi era spenta: e furono sì potenti gli ordini loro nuovi, che ei son cagione che la disonestà de’ prelati e de’ capi della religione non la rovinino; vivendo ancora poveramente, ed avendo tanto credito nelle confessioni con i popoli e nelle predicazioni, che ci dànno loro ad intendere come egli è male dir male del male, e che sia  bene vivere sotto la obedienza loro, e, se fanno errore, lasciargli gastigare da Dio e così egli fanno il peggio che possono, perché non  temono quella punizione che non veggono e non credono» (Niccolò Machiavelli, Discorsi sulla prima Deca di Tito Livio, libro III, cap. 1.

     La solenne prosa di Machiavelli merita una parafrasi che si trasforma di per sé in una specie di commento. Difficile infatti sottovalutare la perenne attualità di questo passo. Il ritorno alle origini è una dinamica presente in quasi tutte le istituzioni che si vogliono rivitalizzare ed è l’anima della riforma all’interno di molti sistemi religiosi. Tuttavia il punto non è solo e tanto questo. La questione centrale è constatare che una via privilegiata per “ritirare” il cristianesimo verso il suo principio è quella della povertà valorizzata e praticata sull’esempio di Gesù Cristo. Ciò riavvicina la gente alla Chiesa. Inoltre queste “buone pratiche” sono tali da far sì che neppure la disonestà dell’alto clero riesca a distruggere del tutto la credibilità della Chiesa. A ciò si aggiunge la mitezza che si rifiuta di dir male del male e che invita ad obbedire alle autorità ecclesiastiche qualunque esse siano lasciando il giudizio a Dio, ma tale scelta non ha grandi ricadute sui prelati che continuano ad agire come prima, visto che a quella punizione non credono.

     In questo spettro di problemi quel che più preme sottolineare è il fatto che la via principe per ritornare allo spirito delle origini è di attuare una imitatio Christi.  Essa si compie attraverso la povertà e la mitezza vissute e collocate dentro le contraddizioni della Chiesa, si tratta di una strada difficile ma percorribile. L’esemplarità è un fattore che evidentemente non nega la storia, tuttavia essa si pone su un piano non solo storico altrimenti, per ragioni interne, perderebbe consistenza: il passato in quanto tale non è normativo, a esserlo è la vita di Gesù Cristo; essa è a un tempo luogo di imitazione e segno di distanza rispetto all’attuale condizione della Chiesa. Tuttavia se c’è qualcuno che mette in pratica il primo fattore pure il secondo diviene tollerabile. Anche una Chiesa opulenta è capace di accogliere dentro di sè la povertà. Sembra una contraddizione, anzi lo è, eppure stranamente ciò sfocia in una crescita di credibilità. Il fatto che in una Chiesa ricca qualcuno pratichi la povertà senza indicare la necessità di uscire dalla comunità ecclesiale accresce la fiducia in una istituzione contraddittoria eppur salvifica. Chi traligna sarà giudicato da Dio non dagli uomini.

   Nei nostri giorni la credibilità della Chiesa cattolica è affidata in larga misura al suo vertice più alto. La povertà è di casa anche a Santa Marta. Lo stile di vita, i gesti, le intuizioni (come quella di aprire la prima porta santa nella povera e fino allora ben poco nota Bangui) di papa Francesco «ritirano» la Chiesa «verso il suo principio». Trovandosi al vertice,  al papa non è però oggettivamente concesso né di sostenere che «è male dir male del male» né di lasciar tutto nelle mani del giudizio divino (a cui alcuni alti prelati forse tuttora non credono). Perciò Francesco è obbligato, come in effetti più volte fa, ad assumere toni di rimprovero verso i “suoi”; ciò provoca sorde resistenze in settori a lui ostili e qualche disorientamento anche nei suoi sostenitori nella misura in cui si sentono coinvolti in un discorso rivolto a gruppi a cui loro stessi appartengono, tipo la curia romana (dicembre 2014) o l’episcopato italiano (novembre 2015). Tuttavia anche se Francesco optasse per la mite convinzione che è «male dir male del male»,  resterebbe comunque aperta davanti a lui e a noi la contraddizione oggettiva di vivere poveramente all’interno di una Chiesa che povera non è.

Piero Stefani

 

547 – Papa Francesco nello specchio di Machiavelli – (20.12.2015)ultima modifica: 2015-12-19T08:00:30+01:00da piero-stefani
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