97 – A proposito del 27 gennaio (29.01.06)

Il pensiero della settimana, n. 97

 

Quando nel VI sec. a. C. le truppe di Nabucodonosor deportarono le classi dirigenti del regno di Giuda a Babilonia e distrussero il Santuario di Gerusalemme la conclusione da tirare avrebbe dovuto essere una sola: il dio babilonese Marduk è stato più forte di JHWH. A testimoniarlo  è il fatto che egli ha distrutto la casa e ha umiliato i suoi sacerdoti. Per la mentalità di quei tempi, la risposta doveva essere la seguente: passare armi e bagagli dalla parte dei vincitori e del loro dio. La grande svolta nella storia della religione ebraica allora avvenuta è tutta appesa a un unico chiodo: restare fedeli a un Dio apparentemente perdente. Anche in quelle circostanze era il Signore a governare la storia. Egli agiva servendosi pure di coloro che non lo conoscevano. L’appellarsi al peccato e alla punizione rientrava in questa visione. Affermare «ci ha deportati il Signore a causa delle nostre colpe» significava relegare Marduk e i neo-babilonesi al ruolo secondario di comparse.

A parti rovesciate e in modo ancor più esplicito ciò valse anche per la liberazione da Babilonia. Ciro, il re persiano autore dell’editto di liberazione, fu qualificato «unto (mashiach)» del Signore che non conosceva (cfr. Is 45,1-7). Il secondo convincimento nasce dal primo: se la deportazione fosse stata imputabile a Nabucodonosor la liberazione sarebbe da attribuire soltanto a Ciro. La fede in un Dio che governa la storia è forgiata soprattutto dal pesante martello della sconfitta: l’incudine sono i peccati commessi, i colpi di maglio la punizione risanatrice.

Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche entrarono ad Auschwitz: vi trovarono pochi sopravvissuti e tracce inoccultabili di molte centinaia di migliaia di morti. Unicamente spiriti gretti presi da schizofrenia devota hanno osato leggere quel cumulo immenso di morti, uomini, donne, vecchi e bambini, come una forma di punizione. Nessuno ha potuto vedere in Stalin l’«unto del Signore». Girolamo Savonarola quando vide scendere in Italia Carlo VIII pensò che il re francese potesse far pagare alla chiesa il fio per le sue immense corruzioni; lo qualificò perciò con l’appellativo di «Ciro novello». Nessun profeta ha potuto fare lo stesso con il leader sovietico, ateo e responsabile di milioni di morti nei gulag e nelle purghe. La necessità di interpretare Auschwitz nel quadro della modernità, della secolarizzazione e del totalitarismo trova qui una verifica che non ammette smentite. Non stupisce  che, da allora, la fede in Dio abbia assunto, non di rado, il volto umilissimo del credere in un Dio sconfitto dalla storia. Si può sostare su quell’esile crinale, occorre però coglierlo come paradosso sostenibile solo per brevi momenti e comunque non inseribile in alcun sistema teologico. Stare lì equivale a ripetere  il grido di Gesù in croce che dice l’abbandono di Dio e gli chiede perché ciò avvenga, senza per questo chiuderlo nel cerchio dell’impotenza. La debolezza di Dio perciò non soltanto non esclude, ma addirittura invita a incrementare lo sforzo per cercare di capire l’accaduto  appoggiandosi sugli strumenti laici della storiografia.

Il 27 gennaio 2006 ricorrono i 250 anni dalla nascita di Mozart. Non escludo che le orchestrine dei Lager siano state obbligate a suonare anche musiche del genio salisburghese. Esse però erano certo meno funzionali allo scopo di quelle di Wagner o dello stesso Beethoven. Non è una differenza da poco. Il motivo di questo diverso destino sta nella presenza o nell’assenza della dimensione eroica. Diffidare dell’Heldentenor (tenore eroico) è buona regola estetica e ottima norma etica. Molti se la prendono con reali o supposti influssi illuministi che avrebbero lasciato strascichi deleteri sulla nostra cultura; sarebbe buona cosa iniziare a chiamare in causa anche il  romanticismo. Furtwängler non è identificabile sic et simpliciter con il nazismo, tuttavia il suo tentativo di salvaguardare sotto quel regime la grande cultura tedesca resta carico di malata ambiguità. Sul piano strettamente estetico lo stesso può dirsi per la sua volontà di eroicizzare il mozartiano Don Giovanni. Per nostra fortuna possiamo appoggiarci su altre ambiguità forse un po’ ciniche ma, in definitiva, più sane. L’incompatibilità tra Così fan tutte e il mondo dei Lager appare in effetti assoluta. A proposito di quest’opera Beethoven rimase scandalizzato dalla scelta di mettere in scena l’immoralità. Eppure è stato più facile strumentalizzare il grande inno alla libertà del Fidelio di quanto non sia avvenuto per lo spirito giocoso e caustico  dell’ultima opera della ineguagliabile coppia Da Ponte-Mozart.

 Piero Stefani

97 – A proposito del 27 gennaio (29.01.06)ultima modifica: 2006-01-28T16:35:00+01:00da piero-stefani
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