Il senso di una presenza (15.02.03)

Il Taccuino di Piero Stefani 

 

Camminare nella vita senza sapere esattamente chi ci sta accanto è esperienza non rara. Il vangelo ne parla riferendosi ai discepoli di Emmaus (Lc 24,13-15). Quella storia  si snoda tra due estremi in forte tensione reciproca: il primo è costituito da una vicinanza senza riconoscimento e il secondo da un riconoscimento a cui segue immediatamente una scomparsa.

Mentre camminano lungo la strada che si allontana da Gerusalemme, Cleopa e il suo compagno sono avvicinati da un uomo che con le sue parole fa loro ardere il cuore parlando di colui che doveva passare attraverso il patire per entrare nella gloria. Questa eccitazione interiore non basta per dischiudere la loro vista spirituale: camminano affianco di chi sta parlando di se stesso e pensano che si riferisca ad altri. Nell’esperienza umana non è insolito essere emozionati senza comprendere. Né è desueto che il capire venga dopo, che solo quando si è percorso un tratto di strada e si allungano le ombre della vita ci si accorga davvero di quanto è stato. Questo scatto dell’animo può aver richiesto una lunga preparazione, ma alla fine esso balza fuori all’improvviso. Ogni persona nel suo cammino di fede deve passare da una presenza prossima, ma non conosciuta, a un riconoscimento posto all’insegna di una contemplazione stupita, non del possesso. La vita di fede è collocata tra questi due estremi: «Gesù stesso, avvicinatosi, andava con loro, ma i loro occhi erano impediti, così da non riconoscerlo» (Lc 24,16); «I loro occhi si aprirono e lo riconobbero, ma egli divenne invisibile davanti a loro» (Lc 24,31).

Questa dinamica è la stessa di quando si comprende di non aver vissuto invano. Afferrarlo «dopo», quando non lo si può più porre programmaticamente al centro della propria esistenza, quando non è possesso ma riconoscimento di una presenza che si sottrae agli sguardi, significa riconciliarsi con la vita non in virtù di azioni da noi compiute ma  grazie a una presenza  decisiva anche quando non si sapeva che fosse così importante. La gratitudine nei confronti di coloro che ci hanno preceduto nella morte può assumere questi colori. Nei casi più autentici questo senso non equivale alla nostalgia o al rammarico: è una scoperta tardiva che  aiuta a dar significato al passato e al presente. L’unico modo in cui la provvidenza è compiutamente dicibile nella vita degli uomini è la consapevolezza che quanto si è vissuto ha avuto senso. Questa verità  la si può cogliere solo dopo. Anticipatamente ci resta preclusa. Non sono i progetti e le previsioni le realtà più importanti dell’esistenza. La fine ironia di Manzoni afferma che il «il cuore, a chi gli dà retta, ha sempre qualcosa da dire su quel che sarà. Ma che sa il cuore? Appena un poco di quel che è già accaduto». Quel poco però può bastare; anzi può essere la realtà più profonda e preziosa della vita.

Nel canto decimo dell’Inferno Dante parlando con Farinata e Cavalcante scopre  con sorpresa che i dannati riescono a vedere eventi lontani, ma non sanno riconoscere le realtà attuali. Il dubbio viene risolto attraverso questi versi: «”Noi veggiam, come quei c’ha mala luce / le cose”, disse, “che son lontano; […]Quando s’appressano o son, tutto è vano / nostro intelletto […]Però comprender puoi che tutta morta / fia la nostra conoscenza da quel punto / che del futuro fia chiusa la porta”» (vv.100-107). La dannazione è questa singolare forma di presbiopia che oscura quanto è vicino. Una previsione che si estingue nel suo approssimarsi, che non sa leggere il presente e trovar significato a quanto è già accaduto forma la vacuità più vera. Per essa non esistono «segni dei tempi». Ad essa è negata la partecipazione alle realtà ultime (quando «del futuro fia chiusa la porta») che sta nella comprensione di quanto è stato e non nella preveggenza di quel che non ci potrà più essere. Le previsioni dei dannati manifestano il loro non aver parte alla salvezza.

Resta il problema della scelta. Come comportarsi quando davanti a noi si aprono varie possibilità e occorre accogliere l’una e lasciar cadere le altre? Nei casi in cui la decisione da prendere è vera e impegnativa più che nel progetto diretto a un incerto futuro è bene confidare in una presenza che si crede effettiva anche quando non la si vede.

Il senso di una presenza (15.02.03)ultima modifica: 2003-12-25T12:45:00+01:00da piero-stefani
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato ma sarà visibile all'autore del blog.
I campi obbligatori sono contrassegnati *