Pensiero 641. Comunicazione e corporeità

Pensiero 641
Comunicazione e corporeità

La comunicazione digitale contiene un paradosso. Nonostante la sua denominazione tattile, essa coinvolge solo due dei cinque sensi, udito e vista, mentre gli altri tre restano dietro le quinte. A indicare l’astrattezza – nel senso proprio del termine – della situazione, è soprattutto l’estromissione del tatto. Non è soltanto nostalgia degli abbracci. Il discorso è più circostanziato e comprensivo. La comunicazione mediatica in questo periodo è dominante proprio perché è estranea al tatto; per questo motivo non vi è ragione di applicare a essa alcun distanziamento. I social hanno a che fare con la sfera tattile unicamente rispetto a chi li maneggia. Siamo nell’era digitale, ma le dita chiamate in causa sono sempre e solo le proprie; esse non incontrano mai le mani dell’altro. Nella comunicazione digitale il tatto è paragonabile al macchinista non all’attore che calca il palcoscenico.
La situazione epidemica attuale trova la sua causa principale nel contatto (che non sussisterebbe a prescindere dal senso del tatto). Senza una trasmissione che passa attraverso corpi predisposti a essere contagiati (la sfera animale ne è esente) la pandemia di covid-19 non avrebbe avuto luogo. Eppure il tatto non è solo un’insidia da tenere sotto controllo. Per non ammalarsi occorre distanziare le persone fisiche, ma per cercare di intervenire operativamente sui malati bisogna toccare i corpi. Il personale sanitario è stato considerato eroico proprio per questa ragione. A guarire o a morire sono i corpi non le loro immagini.
Il rapporto terapeutico esige di circondare i corpi di protezioni, non il loro distanziamento. Senza contatto non c’è terapia. Un tempo si trattava di una dimensione ben più estesa di oggi (basti pensare al ruolo svolto dalla palpazione medica); le cose ora si sono fatte molto complesse. Sicuramente il ricorso alla robotica diventerà sempre più esteso sia all’esterno sia all’interno del corpo umano. Tuttavia guarigione e morte riguarderanno comunque la corporeità. In ogni tempo rimarrà vero che la malattia comporta una riduzione, a volta minima e a volte quasi totale, delle capacità relazionali. Le creature umane non sono «puri spiriti», per loro le relazioni passano comunque attraverso il corpo. Nelle situazioni estreme non è raro che sia proprio il tatto a essere l’ultimo mezzo a consentire qualche forma di comunicazione. Persino nei gesti rivolti a corpi senza vita si ricorre, a volte, a questo tipo di linguaggio.
Inizierà un sorvegliato ritorno alla celebrazione eucaristica «con il popolo». La regola fondamentale di comportamento all’interno delle chiese sarà quella del distanziamento. L’attenzione riservata ai corpi sarà paradossalmente confermata proprio dallo spazio che li separa. I fratelli e le sorelle nella fede saranno reciprocamente costretti a considerare i corpi altrui come potenziali nemici. L’epidemia è una realtà sia patologica sia simbolica: accomuna all’insegna del pericolo, distanzia in nome di quanto rende uguali. È l’esatto speculare di quel che avviene nelle relazioni amorose; siano esse passionali o spirituali, sponsali o amicali, la meta a cui aspirano è sempre qualche forma di congiungimento. Nell’amore l’ «altro» non è un pericolo. Un amore costretto alla lontananza è cifra per eccellenza del patimento.
Per quanto sia un gesto non sempre compreso nella sua portata simbolica, nel corso della messa vi è lo scambio della pace. Le mani si stringono a due a due. Entrambe danno e ricevono; per questo c’è pace. Non lo si farà. Si dirà: non è un momento liturgico fondamentale, se ne può fare a meno. Certamente; tuttavia nella vita la «straordinarietà del normale» la si scopre spesso solo quando la si perde. Dovrebbe essere così anche in questo caso. Occorrerebbero però parole in grado di evidenziare quel vuoto nato dall’obbligo di considerare, proprio come avviene nella lotta, il corpo dell’altro una fonte di pericolo. La mancanza dello scambio della pace diverrebbe, allora, un simbolo, sia pure tra i più piccoli, di quanto ci manca per essere una comunità che nella vita della liturgia e nella liturgia della vita celebra Gesù Cristo morto e risorto.

Pensiero 641. Comunicazione e corporeitàultima modifica: 2020-05-16T11:01:50+02:00da piero-stefani
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