I MAESTRI (Scena prima)

Maestro, dove abiti?
Inaugurazione del ciclo dell’Istituto Gramsci di Ferrara dedicato ai “Maestri”
Ferrara, Biblioteca Ariostea, 25 gennaio 2019

Testi a cura di Piero Stefani (P)
Letture di Magda Jazzetta (M)
Musiche di W.A. Mozart
Violinista Lucilla Rose Mariotti

Scena prima: Coerenza
Scena seconda: Maestri e discepoli
Scena terza: Il maestro come ricercatore

Scena prima. Coerenza

Piero: «Amici, amici, è giunta, è giunta l’ora di praticare in fatti quella virtù che tanto celebrai»
Magda: Che? Che cos’è mai?
P. È la parte iniziale della scena della morte di Seneca dell’Incoronazione di Poppea di Monteverdi, libretto di Gian Francesco Busenello (il “divin Claudio” alla fine della sua vita si fece frate, nella sua misericordia mi avrà perdonato).
M. Se non ricordo male, ma perché usare questa forma retorica se sono sicura di quanto dico? Insomma, Seneca morì suicida; è forse questo un modo per praticare «in fatti» la virtù?
P. In realtà il libretto, ispirandosi agli Annales di Tacito, afferma che Seneca ricevette da Nerone l’ordine di suicidarsi. O meglio, il filosofo preferì togliersi la vita con dignità piuttosto che essere ucciso dal carnefice. Tu lettrice di Dante dovresti comunque sapere che: «Libertà va cercando…»
M. «Or ti piaccia gradir la sua venuta:
libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.
Tu ‘l sai, ché non ti fu per lei amara
in Utica la morte, ove lasciasti
la veste ch’al gran dì sarà sì chiara»
P. Giusto, e Catone uticense a che scuola filosofica apparteneva?
M. Se non ricordo male (questa volta lo dico sul serio) si rifaceva allo stoicismo.
P. Giusto. E Seneca?
M. Mi pare che anche lui si sia ispirato al pensiero stoico.
P. Giusto anche questa volta. Come è stato detto da un noto storico della filosofia, per Socrate la virtù è sapere, mentre per le scuole ellenistiche, stoicismo compreso, il sapere è virtù. La pratica era quanto contava. In certi casi per gli stoici il suicido costituiva un atto morale. Ma lasciamo perdere la questione che ci porterebbe lontano; mi limito a domandarti, secondo te la coerenza, vale a dire «praticare in fatti» quanto si insegna, è una componente irrinunciabile per ogni autentico maestro?
M. Di primo acchito verrebbe da affermare: certamente sì. Eppure… Mi torna in mente un modo di dire comune: «predica bene, ma razzola male»; è fuor di dubbio che il detto costituisca una giusta denuncia della persona in questione, mi chiedo però: il «razzolar male» annulla fino in fondo il «predicar bene»? Di sicuro toglie all’insegnamento il prezioso sigillo della coerenza, ma ciò è sufficiente per gettare alle ortiche tutti i contenuti trasmessi?
P. Con il tuo interrogativo sottolinei il fatto che la storia della filosofia non è costituita solo da pensatori come Spinoza, esempio perfetto di coincidenza tra teoria e pratica, ma anche da filosofi come Schopenhauer che sosteneva la piena validità dei suoi insegnamenti anche se non li metteva affatto in pratica.
M. Non ci pensavo proprio; per essere sincera si tratta di riferimenti che mi sono piuttosto estranei. Ma ora che getto uno sguardo al programma vedo che il nome di Spinoza compare in bella evidenza, mentre quello di Schopenhauer, che pure, lo so anch’io, ha avuto influssi di vastissima portata, è ignorato: sarà un caso? Comunque, lo ripeto, non sono temi di mia competenza. Tuttavia per innalzarmi un poco al di sopra il «predica bene e razzola male», un riferimento in testa ce l’ho anch’io: «fate quello che dicono e non fate quello che fanno». Non è forse una frase del Vangelo?
P. Più o meno. Il passo è un po’ più complesso ma la sostanza è quella: «Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono ma non fanno» (Mt 23, 1-3). Nota che l’incipit del discorso è, per così dire, cattedratico… e di cattedre non c’è solo quella di Mosè. Non si afferma che scribi e farisei hanno usurpato quel ruolo, né si sostiene che se ne sono impadroniti illegalmente. Si indica invece una via lungo la quale chi li segue diviene a un tempo loro discepolo in quanto all’insegnamento e loro maestro in quanto a coerenza.
M. Devo concludere che la coerenza è un sigillo imprescindibile del testimone mentre non lo è del maestro? In fondo, a ben pensarci, anche la frase del libretto di Busenello, presa alla lettera, propone una condotta mica tanto compatta: «Amici, amici è giunta, è giunta l’ora di praticare in fatti quella virtù che tanto celebrai». «È giunta l’ora», in linea di principio non dovrebbe essere sempre «l’ora» di agire con coerenza?
P. Sì, però non è tanto facile seguire la via retta quando si è obbligati, al pari di Seneca, a confrontarsi con il Nerone di turno. A proposito dell’imperatore, Tacito scrive che «Non gli rimaneva ormai più, dopo aver ucciso madre e fratello, che aggiungere l’assassinio del suo educatore e maestro», vale a dire Seneca. Come ci si deve comportare allorché ci si trova in situazioni di oppressione, di coercizione, di mancanza di libertà e via discorrendo? Per venire a un esempio cattedratico riferito a tempi a noi molto più prossimi, ti ricordi cosa fu il giuramento di fedeltà al regime fascista imposto ai docenti universitari nel 1931?
M. Vagamente.
P. Per rinfrescarti la memoria te ne faccio leggere la formula.
M. «Giuro di essere fedele al Re, ai suoi Reali successori e al Regime Fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di esercitare l’ufficio di insegnante e adempire tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla Patria e al Regime Fascista. Giuro che non appartengo né apparterrò ad associazioni o partiti, la cui attività non si concili coi doveri del mio ufficio».
P. Chi non giurava perdeva la cattedra. Su 1251 docenti universitari, quanti rifiutarono il giuramento?
M. So che furono pochissimi. E ricordo che anche dei dichiarati antifascisti, alla fin fine, giurarono.
P. Esatto. Diciamo che a perdere la cattedra furono una quindicina di docenti; ci fu qualche caso particolare, qualcuno andò in pensione, qualcun altro, che si trovava già all’estero, vi rimase. Ma quello che interessa al nostro discorso è soprattutto la domanda che hai implicitamente posto: perché tanti antifascisti giurarono? Le motivazioni sono molteplici e non mancò certo l’italico e comprensibile «tengo famiglia». Tuttavia, a quanto sembra, Palmiro Togliatti consigliò ai professori comunisti di giurare perché, come affermò l’illustre latinista Concetto Marchesi, mantenendo la cattedra avrebbero svolto: «un’opera estremamente utile per il partito e per la causa dell’antifascismo».
M. Resto un po’ perplessa.
P. Ma allora cosa penserai di Benedetto Croce, uno dei maestri del nostro ciclo? Egli per tutta la vita si guardò bene dal diventare professore universitario, tuttavia anche lui invitò a giurare «per continuare il filo dell’insegnamento secondo l’idea di libertà». Con questo spirito giurarono sia Guido Calogero (pensatore assai apprezzato dal presidente dell’Istituto Gramsci di Ferrara), sia colui che sarebbe diventato il primo presidente della Repubblica italiana, Luigi Einaudi il quale invitò i colleghi a non abbandonare le cattedre affinché esse non cadessero: «in mano ai più pronti ad avvelenare l’animo degli studenti».
M. «È giunta l’ora di praticar in fatti quella virtù che tanto celebrai», ma sappiamo per davvero sempre qual è la strada migliore? Siamo sempre nelle condizioni di discernere quale sia il comportamento più virtuoso? Al di là della coerenza, c’è il problema dell’utile, del conveniente, dell’adatto alle circostanze. In definitiva, c’è la questione non solo del fare ma anche di acquisire il sapere preposto al fare. Nell’ambito della tecnica è dato raggiungerlo, assai più complesso è il discorso nel caso delle scelte etiche o politiche. Il maestro dei maestri non sosteneva forse che l’unica sua certezza era sapere di non sapere?
P. Sì, Socrate fu un maestro proprio perché insegnò a dubitare, ma ci furono circostanze nelle quali, dubbio o non dubbio, anche lui fu costretto a scegliere. Nella questioni pratiche pure la non scelta si tramuta in scelta.
M. Ragionamento un po’ arzigogolato, direi.
P. Ti posso dare un esempio.
M. Sarebbe meglio.
P. Alla fine della sua vita Socrate, già condannato a morte, si trovò di fronte all’alternativa se fuggire o meno dal carcere. Il suo vecchio amico Critone aveva già predisposto l’evasione. Socrate poteva accettare o rifiutare o astenersi dal decidere, tuttavia in questo caso la sua non scelta sarebbe stata ugualmente una scelta. Non gli era concesso di stare con un piede di qua e uno di là dall’uscio. Nelle questioni pratiche non c’è via di mezzo. Come sai decise consapevolmente di andare incontro alla morte.
M. Bevendo la famosa cicuta.
P. Anche quando si trattava di perdere il posto e non la vita occorreva decidere tra giurare o non giurare. In verità c’è stato qualcuno che se l’è cavata per vie traverse, per esempio chiedendo il trasferimento all’Università Cattolica i cui docenti non erano obbligati a giurare; sia detto di passaggio, la stragrande maggioranza di loro però giurò volontariamente. Si tratta comunque di dettagli. In ogni caso Socrate con conosceva p. Agostino Gemelli e se lo avesse incontrato non l’avrebbe trovato molto simpatico.
M. Per favore mettiamo da parte le tue fantasticherie socratico-fratesche e torniamo allo sostanza: più volte siamo obbligati a scegliere anche senza avere conoscenze adeguate per farlo. In queste circostanze occorrerebbe più che mai appoggiarsi su dei maestri, ma essi, non di rado, latitano proprio quando ci sarebbe più bisogno di loro.
P. C’è chi ha parlato dell’esistenza di un maestro interiore chiamato coscienza; neppure essa è infallibile, tuttavia in più occasioni non abbiamo alternative e ciò vale anche quando non ci si trova nella situazione estrema a cui alludono queste righe di Emmanuel Lévinas, un altro maestro di questo ciclo. Leggile per favore.
M. «Chi potrà dire la solitudine di coloro che pensavano di morire contemporaneamente alla Giustizia, nel tempo in cui i giudizi vacillanti sul bene e sul male trovavano un criterio soltanto all’interno delle pieghe nascoste della coscienza soggettiva, là dove nessun segno arriva dall’esterno?». Davanti a queste parole mi pare di capire che in certe situazioni ci sia spazio per qualcosa di più radicale della stessa coerenza tra insegnamento e prassi, in quei frangenti si è costretti ad affidare a una decisione incerta e rischiosa il senso più profondo del proprio vivere.
P. È proprio così; in simili circostanze anche il più grande dei maestri diviene discepolo di se stesso.

I MAESTRI (Scena prima)ultima modifica: 2019-02-01T19:11:02+01:00da piero-stefani
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