53.ma Sessione di formazione ecumenica SAE (11.09.2016)

Il pensiero della settimana n. 579

 «Quello che abbiamo veduto e udito noi l’annunciamo» (1Gv 1,3)
Tradizione, riforma e profezia nelle Chiese
53a Sessione di formazione ecumenica SAE 
Santa Maria degli Angeli (Assisi) 25-30 luglio 2016

 

Che cos’è una sessione SAE? Qui, come altrove, è più facile dire quello che non è. Se a una persona qualsiasi capita in mano il programma delle giornate la prima valutazione che dà è di essere di fronte a cinque giorni e mezzo sovraccarichi di relazioni, inframmezzate da qualche liturgia. In fin dei conti  lo scambierebbe per un convegno “devoto”. Le cose non stanno così. Certo ci sono relazioni, tavole rotonde, gruppi di studi e c’è anche spazio per il pregare; ma tutto ciò assume un aspetto diverso quando si prende atto che l’anima profonda della sessione sta nell’esperienza dell’incontro. Interpersonale, informale e reale, a tavola, nei corridoi, nelle brevi passeggiate, ma anche, per così dire, pubblico e programmato, là dove lo spirito ecumenico, in sala, nei gruppi di studio e nelle liturgie, si fa prassi. Per questo motivo il riassunto di una sessione è sempre un po’ zoppo; per sua natura una sintesi è infatti costretta a privilegiare i contenuti più che il clima e quest’ultimo fattore, lo si è compreso, non è pura cornice: è in se stesso sostanza. L’ecumenismo è prima di tutto un’esperienza di incontro.

    «Tradizione, riforma, profezia» lo svolgimento delle giornate è rimasto fedele a questa successione. Ciò significa molto. Perché? Perché la tradizione è stata vista in maniera dinamica. Ciò non significa di per sé risolvere ogni problema, dal passato ereditiamo tuttora anche opacità. Tuttavia ad Assisi si è ben percepito che nel suo senso autentico la tradizione è l’opposto del tradizionalismo. Essa non si rivolge al passato per custodire un principio di verità non riformabile. Al contrario, quando si vive autenticamente lo spirito della tradizione, ci si rende conto che trasmettere quanto a propria volta si è ricevuto significa dare la possibilità alla fede di avere un domani. Tradizione, riforma e profezia hanno questo in comune: le Chiese e le persone sono poste al servizio del messaggio e tuttavia il buon annuncio per essere vivo o rivitalizzato (è il caso in particolare della riforma) ha bisogno delle persone e delle comunità di fede.

    Fin dal principio il credente trova l’autentico se stesso soprattutto quando si affida a Dio e di conseguenza si fida di colui che, al pari di lui, cerca di porre Gesù Cristo al centro della propria vita. Il cuore dell’ecumenismo sta in questo reciproco atto di fiducia sorretto dalla convinzione che Dio è fedele e vicino a chi lo cerca. La profezia nella storia delle comunità dei credenti è chiamata ad animare uno spirito di riforma. Si tratta innanzitutto di rimuovere quanto ostacola l’incontro tra i credenti con Dio e tra loro. Tuttavia è proprio della fede ricevuta e trasmessa sapere che la comunione non è solo con le sorelle e i fratelli che ora ci vivono accanto, essa va estesa anche a chi è vissuto prima di noi. Si è sempre debitori nei confronti di coloro che ci hanno preceduto nel segno della fede e senza dei quali noi non crederemmo. Perciò la riforma costituisce non una  rottura bensì l’aspetto dinamico della tradizione.

    Resta tuttavia un punto in cui la profezia – termine dall’uso spesso troppo esteso – si distingue in maniera netta dalla tradizione e dalla riforma; essa è sempre una risposta a una chiamata che viene da fuori. Individuare la voce che chiama implica un non facile discernimento (non a caso vi è sempre il rischio che la profezia sia falsa), tuttavia rimane indubbio che c’è profezia solo là dove si risponde a una chiamata.

Piero Stefani

 

 

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