545 – Misericordia e giustizia (Parte I) (06.12.2015)

Il pensiero della settimana, n. 545

 Misericordia e giustizia[1]
(parte I)
 

     Vorrei iniziare parlando  delle Beatitudini. Ma qui sorgono subito due obiezioni, la prima più consistente della seconda: chi sono io per farlo? Non sono certo un uomo in grado di paragonarsi a Gesù che si mise a parlare e a insegnare dicendo: «Beati…» (Mt 5,2). Sono una persona che cerca, che aspira ad essere credente ma che è consapevole anche della sua incredulità, così come avvenne per il padre dell’epilettico /indemoniato: «Credo, aiuta la mia incredulità (apistia)» (Mc 9,24), un detto evangelico che sarebbe mentalmente da ripetere come premessa tutte le volte che si recita il Credo. Dunque cerchiamo insieme.

     In secondo luogo si può sollevare la domanda su cosa c’entrano le Beatitudini rispetto a «giustizia e misericordia». Si potrebbe rispondere semplicemente così:  il tema della giustizia è centrale in tutto il “Discorso della montagna”. Non sarebbe una risposta errata; sarebbe però troppo poco. Bisogna essere consapevoli non solo della sua centralità, ma sapere la ragione per cui è tale. Cosa significa questo argomento per la “nostra vita di fede”? La giustizia non è importante solo perché inserita nel “Sermone sul monte”. Forse è più vero il cammino contrario: è inserita lì perché è in se stessa decisiva.

      Le Beatitudini sono all’insegna del paradosso; lo sono perché costituiscono il rovesciamento della mappa dei valori consueti. Così in genere si dice; così è. Tuttavia non è l’unico motivo. Chiamare beati i poveri, coloro che sono nel pianto, i miti, quelli che hanno fame e sete di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per la giustizia (Mt 5, 3-10), sono espressioni che suonano davvero “altro” rispetto al modo in cui si dipanano le nostre vite; eppure più di ogni altro discorso  esse parlano  alla nostra vita. Il paradosso della fede sta qui.

       Il paradosso non si situa solo nella condizione in cui ci si trova (poveri, piangenti, miti…), sta anche nell’apprendere che l’essere beato, vale a dire felice, deriva non da una nostra esperienza di essere afflitti e perseguitati – condizione che in quanto tale non suscita alcun appagamento –  ma dalle parole di Gesù. Non sono le lacrime a renderci beati, sono le parole di Gesù che rendono beati coloro che sono nel pianto se a esse si presta ascolto.

       Nel linguaggio dei biblisti si usano parole strane per indicare il genere letterario delle beatitudini. Per una volta val la pena di impiegarle. In quest’ambito si fa ricorso al termine «macarismo» (dal greco makàrios «beato»), e si classifica questo tipo di detti come una forma “estimativa-dichiarativa” che proclama la beatitudine altrui. Le faticose espressioni tecniche aiutano, a modo loro, a comprendere quanto sia particolare la situazione propria delle beatitudini. Esse non sono un augurio di felicità, non sono una benedizione; sono un detto che, dall’esterno, proclama: “tu sei felice”. Nell’esperienza umana ciò non avviene mai. Rivolgendosi a un altro gli si può dire: “ti auguro di essere felice”; si può constatare a ritroso che altri sono stati felici (“un matrimonio felice”) ma non è dato di affermare che un altro è felice quando quest’ultimo non sa di esserlo garantendogli, per di più, che ciò non avverrà  solo per il presente ma avrà luogo anche  in avvenire. Le Beatitudini non hanno niente a che vedere con il “beato te” del linguaggio quotidiano, espressione che  sottintende sempre la presenza di una certa dose di invidia.

      Una parola che dal di fuori afferma la beatitudine altrui ha senso soltanto se  realizza quanto afferma e dischiude l’orizzonte della speranza. A renderci felici è l’ascolto stesso della parola. Se non fossero state proclamate da Gesù, le Beatitudini non esisterebbero.

     In varie lingue c’è un legame tra felicità e accadere. Basti pensare all’inglese: happy è prossimo a to happen. Pure la beatitudine è un accadere, ma è un accadimento garantito dalla parola e dalla promessa. È un accadere stabile, fatto che non avviene mai nella nostra vita comune. Le Beatitudini sono l’accadere del regno; sono la stabilità della promessa.

     Nelle Beatitudini per due volte torna la parola «giustizia». Solo alla giustizia sono riservate non una ma due Beatitudini; «Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati» (Mt 5,6); «Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5, 10). Inoltre va osservato che in questa sezione evangelica ricorre  sempre un astratto; non compare mai la parola «giusti» (farà la sua comparsa una sola volta in Mt 5,45). Di contro non c’è la parola «misericordia» (comparirà  in Mt 9,13 – Os 6,6 – Mt 12,7; 23,23), vi è solo «misericordiosi»: «Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia» (Mt 5,7). Per quale motivo non c’è scritto «beati i giusti perché saranno giustificati»? Perché nel linguaggio concreto della Bibbia sembra necessario ricorrere a un astratto per esprimere la concretezza della beatitudine?

     La risposta c’è: in Matteo la giustizia è propria del Padre, essa non è estranea all’umano, tuttavia va ugualmente collocata in una dimensione non pienamente raggiungibile dalle creature umane.

Piero Stefani


[1] Riprendo  la conversazione tenuta a Chieti, Parrocchia Camillo de Lellis, il 6 novembre  2015.

 

545 – Misericordia e giustizia (Parte I) (06.12.2015)ultima modifica: 2015-12-05T08:00:50+01:00da piero-stefani
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