456__Due preghiere a Maria (15.12.2013)

Pensiero, n. 456

Due preghiere a Maria

     La Salve Regina è una delle poche preghiere che ancora si recita abbastanza  spesso in latino, specie quando la si canta. Si sa che è medievale;  almeno per la massima parte risale infatti all’XI secolo. La sua paternità è affollata, in quanto le attribuzioni sono molte. Ma forse la cosa migliore è lasciarla nell’anonimato e pensarla come una preghiera recitata infinite volte fino a oggi da generazioni e generazioni di credenti.

 Salve, Regina, Mater misericordiae,

vita, dulcedo, et spes nostra, salve.

Ad te clamamus, exsules filii Evae,

ad te suspiramus, gementes et flentes

in hac lacrimarum valle.

Eia ergo, advocata nostra, illos tuos

misericordes oculos ad nos converte.

Et Jesum, benedictum fructum ventris tui,

nobis, post hoc exilium, ostende.

O clemens, O pia, O dulcis Virgo Maria.

      Se si confrontasse la preghiera  con la mentalità attuale, essa sarebbe soggetta a una forte setacciatura. Della prima riga si sentirebbe prossimo il termine «madre» e lontano quello di «regina». Il secondo verso passerebbe indenne, ma nel terzo si approverebbe il «clamamus» («ricorriamo»), ma si respingerebbe la qualifica  di esuli figli di Eva, al pari del presentarsi gementi e piangenti in questa  valle di lacrime (espressione divenuta addirittura proverbiale per indicare un atteggiamento spirituale chiuso alla gioia). Ugualmente distante è individuare in Maria la funzione di avvocata se ciò comportasse il pensare il Figlio suo come giudice. In questo caso il Giudizio universale della Sistina, in cui Maria si fa per così dire piccola per trattenere il braccio giudicante di Gesù Cristo, sarebbe l’illustrazione più adeguata di questa preghiera.

  La vita sulla terra è valle di lacrime, ma soprattutto è esilio da Gesù. Non si è in esilio rispetto a quanto si ignora in senso assoluto; lo si è  nei confronti  di quel che si è perduto ma che, nel contempo, si spera ardentemente  di riconquistare. Così è Gesù per noi: l’incontro pieno con lui è custodito in seno all’avvenire. In questo senso Maria è «spes».

     Papa Francesco ha concluso  l’ esortazione apostolica Evangelii gaudium con una lunga preghiera mariana. Ne riportiamo solo due strofe collocate grosso modo al centro.

Ottienici ora un nuovo ardore di risorti

per portare a tutti il Vangelo della vita

che vince la morte.

Dacci la santa audacia di cercare nuove strade

perché giunga a tutti

il dono della bellezza che non si spegne.

 

Tu, Vergine dell’ascolto e della contemplazione,

madre dell’amore, sposa delle nozze eterne,

intercedi per la Chiesa, della quale sei l’icona purissima,

perché mai si rinchiuda e mai si fermi

nella sua passione per instaurare il Regno.

 

     Alcuni titoli riecheggiano gli antichi, altri sono contemporanei. Quanto si comprende immediatamente è che nella preghiera di papa Francesco c’è spazio non per l’esilio, ma per lo sviluppo e la passione per la crescita del Regno nella storia. Aveva detto in precedenza l’esortazione: «Crediamo al Vangelo che dice che il Regno di Dio è già presente nel mondo, e si sta sviluppando qui e là, in diversi modi… La risurrezione di Cristo produce in ogni luogo germi di questo mondo nuovo; e anche se vengono tagliati, ritornano a spuntare, perché la risurrezione del Signore ha già penetrato la trama nascosta di questa storia, perché Gesù non è risuscitato invano» (n. 278).

    Le due preghiere indicano orizzonti abissalmente diversi. Entrambe sono ospitate nella Chiesa di oggi. Rispetto alla sua recitazione la Salve Regina non è superata, lo è rispetto al suo messaggio? La patina del tempo si è depositata su di lei, ma il suo messaggio può essere svincolato da quelle espressioni. È obbligo concludere che le due preghiere, almeno in senso implicito, rappresentano due modi radicalmente diversi di intendere e vivere la fede cristiana. La prova provata che dentro la Chiesa c’è posto per entrambe le opzioni  sta nei modi in cui gli aderenti all’una e all’altra versione agiscono gli uni nei confronti degli altri. L’amore del prossimo è un obbligo che vale  sia nell’esilio sia nel germinare del Regno. Nel primo caso però si sa che non si è mai all’altezza di quanto ci è richiesto; nel secondo l’incoerenza risulta più stridente. In entrambe le opzioni è però dato di confidare nella misericordia di Dio.

Piero Stefani

 

456__Due preghiere a Maria (15.12.2013)ultima modifica: 2013-12-14T08:54:21+01:00da piero-stefani
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