Pace, giustizia e ordine (01.02.03)

Il taccuino

 

Cosa sia una definizione è più facile a dirsi che a comprendersi. Anche per questo alcune di queste formulazioni sono diventate fortunatissime. Ciò è avvenuto perché  il semplice fatto di ripeterle  crea, non di rado, la sensazione di aver afferrato il bandolo della matassa. In tale novero rientra senza dubbio il detto di Agostino che definisce la pace  la «tranquillità dell’ordine» (De civitate Dei, 19,13). Del resto nulla sembra più logico  che associare la pace all’ordine. Ma è proprio così?

Quest’anno ricorrono i quarant’anni dalla promulgazione della enciclica di Giovanni XXIII Pacem in terris. Sono già parecchi i momenti  che l’hanno ricordata (tra cui il messaggio di Giovanni Paolo II  per la giornata della pace del 1 gennaio scorso) e molti altri ce ne saranno (anche in sede locale). La  ragione di questo interesse è a un tempo ovvia e paradossale: mai come oggi sono di casa  sia il ricorso alla guerra sia le istanze volte al suo definitivo abbandono. Attualità e inattualità dell’enciclica si toccano. Fin dalla sua struttura il testo giovanneo dà grande spazio alla parola «ordine» posta, non a caso, a titolo della sua prima parte («L’ordine tra gli esseri umani») e riproposta nella sezione conclusiva come sigillo dell’intero documento: «Ma la pace rimane solo un suono di parole, se non è fondato su quell’ordine che il presente Documento ha tracciato con fiduciosa speranza: ordine fondato sulla verità, costruito secondo giustizia, vivificato e integrato dalla carità e posto in atto nella libertà» (n. 89). Verità, giustizia, carità e libertà sono quindi sinonimi di pace solo se integrati entro un ordine, il quale, a sua volta, può essere stabile soltanto a patto di essere fondato su quei beni preziosissimi. In questo intreccio si palesa una dipendenza reciproca non facile da sbrogliare.

La difficoltà di un simile nodo invita a chiedersi se la pace debba essere davvero l’obiettivo primario da conseguire o se essa non vada piuttosto considerata un valore subordinato e secondario. L’affermazione può sconcertare. In definitiva queste parole  vogliono però semplicemente sostenere che la pace è frutto di qualcos’altro, non è un bene che si dà di per sé. Per ottenere i frutti bisogna vangare, piantare, concimare, innaffiare e persino compiere l’atto violento di potare. Chi desidera il frutto non lo può perseguire come un obiettivo primario, né lo può creare direttamente: deve fare altro. Il frutto verrà da sé, a patto che ci si sia impegnati a fondo a lavorare in qualcosa che non  coincide direttamente con la sua costruzione.

 «Frutto della giustizia sarà la pace» (Is 32,17) queste parole bibliche sono illuminanti anche se trascritte nel linguaggio laico della politica. Sul piano civile educare alla pace significa impegnarsi a conformare  le proprie vite alla giustizia, alla libertà e alla verità. Qualcuno noterà che nell’elenco qui proposto manca l’amore. Per quanto Paolo VI abbia definito la politica la più alta forma di carità, è infatti assai dubbio che quest’ultima, sradicata dal suo terreno «teologale», possa trovare un adeguato corrispettivo «laico» e «civile» come invece avviene per la giustizia, la libertà e la verità. Sarebbe meglio impiegare altri termini, per esempio, solidarietà. Il compito primario dell’impegno politico sta dunque nella ricerca della giustizia, della libertà, della verità e della solidarietà, non della pace.

Oggi alle nostre finestre  sventolano bandiere multicolori con su la scritta «pace»; ma nell’Italia di sessanta anni fa era molto più importante coniugare assieme i due termini di giustizia e libertà. Nella storia il primato spetta sempre alla inesauribile lotta per la giustizia,  la libertà, la verità e la solidarietà. È fuor di dubbio che le battaglie più vere e profonde sono quelle che non si svolgono con le armi in pugno. Tuttavia lottare comporta per forza l’individuazione di un avversario e l’esistenza di un conflitto. La pura e semplice negazione del conflitto non è pace proprio perché non è lotta. La pace non è  una meta: è esito di qualcos’altro. Anche trascritta in termini «laici» e «civili», la parola biblica secondo cui «frutto della giustizia sarà la pace» è più preziosa della definizione agostiniana che la «la pace è la tranquillità dell’ordine».

 

Pace, giustizia e ordine (01.02.03)ultima modifica: 2003-12-25T12:55:00+01:00da piero-stefani
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