Le fiammelle accese (Pensiero n. 626)

Pensiero 626

Le fiammelle accese (1)

Tra i molti segni di gioia e di festa individuati dalle culture uno dei più universali è l’accendere luci. Rischiarare le tenebre, sconfiggere la penombra, squarciare il buio, sono atti che riproducono, in piccolo, l’originaria vittoria della luce sull’oscurità degli abissi primordiali. Quando irrompe il chiarore la vita fluisce.
Anche il Natale è preparato da una progressiva accensione di fiammelle. Mentre le giornate divengono più corte e l’ombra avvolge presto il mondo, domenica dopo domenica, si accende una candela in più. La prima, la seconda, la terza e la quarta fiammella segnano le tappe di un cammino che si avvicina alla propria meta. Tuttavia se si ponesse davvero al centro il senso dell’attesa, la componente decisiva, più che dall’accensione, sarebbe costituita dal liquefarsi della cera. Nulla più di quel lento venir meno è simbolo riassuntivo di una capacità di aspettare divenuta tanto bruciante da consumare gli animi. Il crescere della luce richiederebbe in tal modo il rinnegamento di se stessi, atto che rappresenta la più autentica garanzia di star inoltrandosi sulla via della fede. A quelle candele e al cuore che vi si associa si potrebbero accostare le parole del Cantico dei cantici: «Anima mea liquefacta est» (Ct 5,6).
Lo struggimento dell’attesa è il sigillo dell’Avvento. Il fatto, però, che di domenica in domenica si accenda una luce in più sta a significare che si cammina nella speranza. La cera cala ma non si esaurisce del tutto. Le candele bruceranno fino all’ultimo solo nella notte di Natale quando già rifulge la luce nella grotta di Betlemme. Allora le fiammelle che hanno precariamente illuminato le notti più lunghe dell’anno potranno trovare riposo. Il sole che rischiara coloro che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte (Lc 1,78-79) è già spuntato all’orizzonte. Non c’è bisogno di altre luci. Le giornate tornano ad allungarsi. Questa ripresa, però, è, a sua volta, solo un segno. La vera luce è sempre oltre.
È compito degli storici dei riti e del folclore stabilire se sulla comparsa delle candele di Avvento abbia influito la più antica festa ebraica di Ḥanukkah. In ogni caso anch’essa è incentrata sulle luci e capita nello stesso periodo invernale (cfr. Gv 10,22). Anche in mancanza di prove documentarie, il pensiero si muove in questa direzione. Arduo non cogliere un’analogia tra le quattro candele e il candelabro a otto bracci (ḥanukkjah) acceso progressivamente, sera dopo sera, durante gli otto giorni della festa. Come sempre però dentro la somiglianza alberga la differenza.
La festa di Ḥanukkah (quest’anno inizia la sera di domenica 22 per terminare il giorno 30) celebra la riconsacrazione, in virtù della lotta maccabaica, del tempio di Gerusalemme, edificio destinato a venir nuovamente distrutto poco più di due secoli dopo. La ricorrenza evoca la dimensione del «resto», ed è simbolo della capacità di reggere nella prova. Una celebrazione gioiosa che ricorda la riconsacrazione di un tempio che sarebbe stato di nuovo devastato non punta sull’evidenza. La festa, non foss’altro che per questo, si colloca nella dimensione del racconto. Se solo per un attimo ci si ponesse nella prospettiva della storia fattuale, non avrebbe alcun senso celebrare con gioia un evento vanificato dalle vicende successive. La narrazione invece apre alla speranza.
Secondo un’antica leggenda, quando gli Asmonei entrarono nel tempio scoprirono che tutto l’olio destinato alla grande menorah (il candelabro a sette bracci) era stato contaminato: restava solo un’ampolla sufficiente a tener accesa la lampada per un giorno. Avvenne tuttavia un miracolo e la luce alimentata da quello scarso olio restò accesa per otto giorni (il tempo necessario per prepararne dell’altro). A ricordo di ciò fu istituita, per le generazioni future, la festa di Ḥanukkah. Le luci accese una dopo l’altra per otto sere attestano il miracolo del resistere. L’olio non viene moltiplicato ma resta e dura al di là di ogni prevedibilità. Come il roveto ardente (Es 3,2), l’olio brucia senza consumarsi. Torna alla mente il miracolo compiuto da Elia che impedisce all’olio e alla farina della vedova di Zarepta di estinguersi (1 Re 17,10-16).
«Benedetto sei tu, Signore Dio nostro, re del mondo, che ha fatto miracoli per i nostri padri in quei giorni e in questo tempo». La benedizione recitata a Ḥanukkah parla di miracoli antichi, ma evoca anche il tempo presente. Il segno più vero consiste nel fatto che si continua a recitare quelle parole. Tutto ciò raffigura il resto che non perisce anche quando tutto parrebbe destinato ad estinguersi. «Questo midrash», ha scritto Herman Wouk, «è un’epitome della storia ebraica, che è tutta una fantastica leggenda della provvista d’olio per un giorno che dura invece otto, di un roveto ardente che non si consuma, di una vita nazionale che, secondo la logica degli eventi, si sarebbe dovuta spegnere già da gran tempo e invece sussiste tuttora. Questo è quanto narriamo ai nostri figli durante le lunghe serate dicembrine, quando accendiamo le candele fra il risonare dei canti familiari». Tuttavia, è dato aggiungere che, per una tradizione che ha consegnato al mondo intero l’idea del messia, il racconto del passato raggiunge il proprio scopo soltanto se apre gli animi all’attesa.
Ebrei e cristiani sanno ancora attendere? Non è facile rispondere all’interrogativo con uno squillante «sì». La minuscola fiammella rappresentata dal mio augurio è che gli uni e gli altri pongano di nuovo l’attesa (vigilante ma non fanatica) al centro delle loro vite.

(1) Riproduco parte della lettera del Natale scritta per le socie e i soci del SAE

Le fiammelle accese (Pensiero n. 626)ultima modifica: 2019-12-21T12:10:32+01:00da piero-stefani
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