I MAESTRI (scena terza)

Maestro, dove abiti?
Inaugurazione del ciclo dell’Istituto Gramsci di Ferrara dedicato ai “Maestri”
Ferrara, Biblioteca Ariostea, 25 gennaio 2019

Testi a cura di Piero Stefani (P)
Letture di Magda Jazzetta (M)
Musiche di W.A. Mozart
Violinista Lucilla Rose Mariotti
Scena prima: Coerenza
Scena seconda: Maestri e discepoli
Scena terza: Il maestro come ricercatore

Scena terza. Il maestro come ricercatore.

P. Che cos’è un enigma?
M. Un indovinello elevato all’ennesima potenza.
P. Mica male come definizione. Al pari dell’indovinello anche l’enigma è una sfida. Per i sapienti più antichi non si trattava solo di mostrare la propria intelligenza, c’era qualcosa di ben più impegnativo; a essere messa in gioco era la loro stessa capacità di decifrare la realtà. La convinzione di partenza è che ciò che cade sotto i nostri occhi non si spieghi da solo. Se ci si limita alla superficie si resta ingannati, bisogna andare alla ricerca di qualcosa di più profondo.
M. Il tuo parlare enigmatico mi è abbastanza chiaro: paradosso o contraddizione? Penso per esempio al lavoro di uno scienziato, o di una scienziata, nel ciclo ce n’è una: Rita Levi Montalcini. Tutti vanno alla ricerca di qualcosa che a prima vista non si vede. Mi permetti una digressione?
P. Figurati! La nostra chiacchierata è tutta una digressione.
M. Ho preso in mano la lista dei nomi dei maestri e della maestre e ho visto che la maggioranza assoluta spetta o a ebrei o, come dire?, a mezzi ebrei, nell’ordine: Levi Montalcini, Spinoza, Olivetti, Ginzburg, Lévinas e il suo misterioso maestro Chouchani, senza dimenticare il primo della fila, Gesù di Nazaret. Sarà un caso?
P. E ce ne sarebbero stati altri e non di scarso rilievo.
M. Marx, Freud, Einstein per dire i primi tre che vengono alla mente.
P. Per l’appunto, ma torniamo a quello che volevi dire a proposito degli scienziati.
M. In realtà i tre nomi che ho appena fatto vanno benissimo per spiegare quanto ho in animo di proporre. Il maestro è colui che scopre ciò che sta sotto al fine di spiegare quello che è in superficie. Fai un bel sogno e viene un signore che ti dice che in esso operano pulsioni inconsce che ti svelano i tuoi più riposti e inconfessabili desideri. Esalti grandi principi etico-politici e un altro signore sostiene che essi sono solo maschere ideologiche di realtà economiche. Pensi che spazio e tempo siano realtà solide e irreversibili e viene un terzo signore che dichiara che sono invece dimensioni relative. Lo so che mi sto esprimendo proprio alla buona, ma è solo per comunicarti un’idea che certo avrai già capito.
P. Ti sei spiegata molto bene. Torniamo alla nostra immagine di partenza, un enigma o un indovinello è proponibile una sola volta, quando lo si è risolto lo si è anche dissolto. Tutto è diventato troppo chiaro, la spiegazione qui è parola conclusiva; perciò non ci resta che andare a scovare qualcun altro che ancora non lo conosce e ricominciare daccapo il gioco. Quando invece si entra nel campo di una ricerca riferita ai fenomeni naturali, sociali, psichici e così via, le cose non stanno così. Là nessuna spiegazione è mai definitiva; ogni volta che si apre una porta ne compare subito un’altra ancora da aprire.
M. Vale a dire, la ricerca non ha mai fine.
P. Titolo di un libro di Karl Popper (per molti sicuramente un altro maestro).
M. Non sapevo dell’esistenza di quel libro; ma non ci vuole la tua erudizione per concludere che la ricerca non ha mai fine, basta pensare.
P. Basta pensare? Il pensiero vale più di ogni erudizione. Comunque il libro di Popper contiene la sua autobiografia intellettuale; è un fatto dotato di un certo valore simbolico. Il vero maestro è colui che non cessa mai di ricercare.
M. La vita come ricerca.
P. Titolo di un libro di Ugo Spirito
M. Erudito!
P. Hai ragione, l’erudizione non basta. La vita come ricerca sta a significare che ognuno è tenuto a ricercare in prima persona. Cercare di capire è un imperativo etico e intellettuale. Nello stesso tempo occorre essere consapevoli che sotto c’è sempre qualcosa di più profondo di quanto abbiamo raggiunto. Ciò non vuol dire che la superficie sia falsa, significa solo che non va assolutizzata. La ricerca è un continuo rimando ad altri significati che non annullano il cammino già percorso. Si può sempre progredire nella conoscenza, proprio per questo non si raggiungerà mai l’assoluto. Kant a tal proposito parlerebbe dell’uso regolativo delle idee della ragione.
M. Cominci ad andare sul difficile.
P. Probabilmente non hai torto. Cerco di esprimermi in modo più semplice, ci sono forme di sapere, come quello scientifico, che crescono perché sono legate a un procedere cumulativo. Ognuno porta il suo mattone all’edificio. Intendiamoci non tutto è lineare; per continuare la metafora, qualche superaffettazione è via via demolita per lasciar posto a una struttura meno provvisoria, ma, per quanto possa suonare strano, si cresce anche in ragione di quello che si abbatte. In questo campo si parla di progresso proprio perché non si finirà mai di costruire; in altre parole, non si raggiungerà mai l’assoluto e il perfetto. In questa immagine i maestri sono coloro che fanno crescere più velocemente l’edificio del sapere.
M. Mi è chiaro, ma tu hai lasciato capire che non è sempre così. Penso, per esempio, al campo dell’arte. Fino a oggi non si finisce mai di proporre nuovi prodotti artistici. Ma qui, più che un accumulo, mi sembra che di fronte a noi ci siano dei continui mutamenti di stile e non è detto che quello che viene dopo consegua esiti più alti dei precedenti. Paragonerei l’arte non tanto a un edificio quanto a un quartiere, c’è uno spazio che accomuna tutte le case e i palazzi lì situati ma ci sono grandi diversità di stili, epoche e di qualità estetiche.
P. Paragone brillante, complimenti. È vero; nell’arte tante volte un maestro, più che autentici discepoli, ha solo degli epigoni, brave persone che cercano di imitare un modello restando immancabilmente al di sotto di esso. Ciò avviene specie quando in quel determinato campo e in quel particolare stile si è raggiunta una forma di perfezione. Tutto si trova al suo posto e non è dato di far meglio di così.
M. Abbandono il paragone del quartiere. Quando entriamo nel giardino della bellezza rimaniamo affascinati, rapiti e a volte anche turbati quasi che anche lì ci fosse un frutto proibito che si può vedere ma non possedere. Se lo si afferrasse lo si perderebbe per sempre.
P. Si potrebbe evocare la cosiddetta «sindrome di Stendhal», vale a dire il turbamento psico-fisico che ci prende di fronte a un eccesso di bellezza. Però, ora come ora, preferisco guardare a un altro scrittore, Italo Svevo.
M. La coscienza di Zeno, che gran libro!
P. Ovviamente sì, ma, come sai, esso testimonia stati psicologici sempre complessi, non poteva essere diversamente neppure quando Zeno si trovò ad ascoltare uno dei grandi capolavori della storia della musica, la Ciaccona di Johann Sebastian Bach che peraltro lui, in precedenza, aveva già attentamente studiato. Il turbamento nasce dal fatto che si vede come in quel brano musicale per violino solo tutto sia al «suo posto» mentre in noi le cose sono ben lungi dall’esserlo. La sua perfezione mette in luce le nostre magagne, uso volutamente un termine improprio e colloquiale. Come avviene di fronte al sacro, anche davanti ai capolavori artistici si sarebbe indotti a evocare tanto il fascinans quanto il tremendum.
M. Anche nel caso del romanzo di Svevo il mio ricordo è un po’ sbiadito. Me lo ravvivi?
P. Non c’è problema, ho qui sottomano il libro. Sono consapevole che, estrapolando il passo dal suo contesto, molto si perde e molto sfugge, ma anche così c’è tanto su cui riflettere. Ecco, leggi da qui a qui.
M. «Poi, contro me, si mise il grande Bach in persona. Giammai, né prima né poi, arrivai a sentire a quel modo la bellezza di quella musica nata su quelle quattro corde come un angelo di Michelangelo in un blocco di marmo. Solo il mio stato d’animo era nuovo per me e fu desso che m’indusse a guardare estatico in su, come a cosa nuova per tenere quella musica lontana da me. Mai cessai di pensare: “Bada! Il violino è una sirena e si può far piangere con esso senz’avere il cuore di un eroe!”. Fui assalito da quella musica che mi prese. Mi parve che dicesse la mia malattia e i miei dolori con indulgenza e mitigandoli con sorrisi e carezze (…) Bach procedeva sicuro come il destino. Cantava in alto con passione e scendeva a cercare il basso ostinato che sorprendeva per quanto l’orecchio e il cuore l’avessero anticipato: proprio al suo posto! Un attimo più tardi e il canto sarebbe dileguato e non avrebbe potuto essere raggiunto dalla risonanza; un attimo prima e si sarebbe sovrapposto al canto, strozzandolo. Per Guido ciò non avveniva: non gli tremava il braccio neppure affrontando Bach e ciò era una vera inferiorità».
Molto fascinoso; tuttavia la cosa più bella ora sarebbe ascoltare semplicemente la musica di Bach.
P. Nessun problema; non c’è Guido ma c’è Lucilla e non sarà da meno di lui. Non so se il suo braccio tremerà, ma so di certo che qualche tremore passerà nel cuore dei presenti. Musica, maestra!

Lucilla suona la Ciaccona di Bach

I MAESTRI (scena terza)ultima modifica: 2019-02-27T18:16:07+01:00da piero-stefani
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