Epifania del Signore (C) Il dono di senso

Epifania del Signore
Is 60,1-6; Sal 71 (70); Ef 3,2-3.5-6; Mt 2,1-12.

Il dono di senso

La narrazione dell’infanzia propostaci da Matteo è guidata da due principali convinzioni: la prima è che Gesù è «figlio di Davide», la seconda è che in lui si adempiono una serie di profezie contenute nella Bibbia ebraica. La sezione nel suo complesso è costruita attorno a cinque profezie (Mt 1,23; 2,6.15.18.23) che trovano il loro compimento, verbo pleroō, in Gesù. Tuttavia il verbo torna solo quattro volte. Dove manca? Nell’episodio dei Magi. Non è un caso.
I Magi giunti a Gerusalemme pongono la domanda dove sia nato il re dei Giudei di cui hanno visto spuntare la stella in Oriente. Erode, turbato, convocò «tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo». Risposero che doveva nascere: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo Israele”» (Mt 2,5-6; cf. Mi 5,1-3). Negli altri quatto casi la formula è costante: «perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta» (Mt 1,22; 2,15.17.23). Non c’è «scritto», c’è «detto». L’adempimento si coglie alla luce di una interpretazione non testuale della parola profetica che illumina l’evento. In questo passaggio si trova l’epifania di un senso profondo che trascende la filologia. Sacerdoti e scribi sanno ma non comprendono; per loro lo scritto resta sempre solo scritto. Lo attesta il fatto che essi rimangono a Gerusalemme invece di seguire i Magi fino a Betlemme. A loro, imprigionati nella lettera del testo, non apparve alcuna stella. Per loro la parola non si è adempiuta.
I Magi sono figura delle genti (i non ebrei) venuti alla fede. Nella tradizione iconografica Maria, quando a Nazaret ricevette l’annuncio, ha, di norma, un libro in mano aperto sul brano di Isaia citato da Matteo: «Ecco la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele» (Mt 1,23; Is 7,14). L’immagine (detta ma non scritta nel Vangelo) allude alla familiarità ebraica con la Scrittura. Maria aveva già tra le sue mani il libro; i Magi ne erano invece sprovvisti, lo appresero dai sacerdoti e dagli scribi ma, a differenza di questi ultimi, compresero. Alla luce della parola la stella, da semplice traccia, diviene guida (cf. Mt 2,9).
Perché ci sia un’epifania occorre che l’«altro» venga a noi. Spesso siamo come i sacerdoti e gli scribi, sappiamo ma non comprendiamo. Leggiamo e restiamo fermi. Chi viene da lontano dischiude il senso di parole rimaste sigillate. Lo fa perché cammina prima e dopo aver appreso. Nella fede per lui, come per Maria, lo «scritto» diviene «detto».
Al pari di Giuseppe anche i Magi fanno un sogno rivelatore. Giuseppe ne ebbe due: il primo lo rassicurò rispetto alla gravidanza della sua sposa (Mt 1,20), il secondo gli ordinò di fuggire in Egitto (Mt 2,13). Quello avuto dai Magi è simile a quest’ultimo; sul loro ritorno incombe un pericolo: «avvertiti in sogno di non tornare da Erode per un’altra strada fecero ritorno al loro paese» (Mt 2,12). I Magi comprendono, ma non sono compresi. Portano doni e sono minacciati; perciò sono obbligati a tornare per un’altra via. Epifania vuol dire «manifestazione dall’alto», essa giunge a compimento solo se accolta. I Magi simboleggiano il dono di senso portato dall’«altro». Gesù si manifestò a loro perché da loro ricevette i doni intesi dalla liturgia come simboli cristologici («Guarda, o Padre, i doni della tua Chiesa che ti offre non oro, incenso e mirra, ma colui che in questi santi doni è significato, immolato e ricevuto» Sulle offerte); chi invece, pur conoscendo la lettera, non ne coglie il senso non accoglierà mai alcuna manifestazione; anzi, costringerà coloro che portano doni a tornare indietro «per un’altra strada», loro più ricchi lui più povero di senso.

Epifania del Signore (C) Il dono di sensoultima modifica: 2019-01-04T22:25:05+01:00da piero-stefani
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