Corpus Domini (B) Pane e vino

Santissimo corpo e sangue di Cristo (B)
Es 24,3-8; Sal 116 (115); Eb 9,11-15; Mc 14,12-16.22-26

Pane e vino

Quella che un tempo era chiamata la solennità del Corpus Domini ora nella sua dizione completa fa riferimento anche al sangue. Nella maniera in cui Marco racconta l’ultima cena vi è una significativa diversità tra il modo in cui si parla del pane e quello in cui ci si riferisce al vino. Rispetto al primo si richiama una benedizione compiuta nel corso del pasto accompagnata dalle parole: «Prendete, questo è il mio corpo» (Mc 14,22); riguardo al vino l’andamento è diverso.
Gesù prima distribuisce il calice e lo fa bere, mentre è solo dopo che ne svela il significato: «Questo è il sangue dell’alleanza, che è versato per molti» (Mc 14,24). Il riferimento al corpo è esplicitato prima dell’atto di mangiare il pane; le parole relative al sangue invece vengono dette quando il vino è già stato bevuto. È solo un procedimento volto ad attenuare lo sconcerto suscitato, in ambito ebraico, dall’azione proibita dalla Legge di alimentarsi del sangue (cf. Gen 9,5; Lv 1,5)? Questa motivazione da sola non basta.
L’enfasi sul vino è forte sia in relazione all’alleanza e al versamento del sangue a essa collegato (cf. Es 24,8, prima lettura), sia in riferimento al banchetto escatologico: «In verità io vi dico che non berrò mai più il frutto della vite, fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio» (Mc 14,25; cf. Is 25,6).
Resta indubbio che nei modi di narrare la Cena propri dei Sinottici l’accento batta più sul vino-sangue che sul pane-corpo. Rispetto al vino il linguaggio dell’attesa si fa più intenso. Anche per questo motivo l’eucaristia dovrebbe essere amministrata sotto le due specie. L’attuale denominazione della solennità reintroduce il riferimento al sangue-vino, nella prassi tuttavia domina ancora il pane. Nelle processioni – dove la dimensione dell’attesa è in sostanza assente – non c’è il calice.
Il più antico testo a noi pervenuto che parla della Cena del Signore è di Paolo. La sua ambientazione parte dalle modalità non solidali in cui l’eucaristia era celebrata all’interno della comunità di Corinto. Paolo ora trasmette quanto lui stesso ha ricevuto (cf. 1Cor 11,24), per questo propone un comando – ignoto ai Sinottici – connotato da un linguaggio di tipo memoriale: «Fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me» (1Cor 11,25). Ora si è nel rito, che comporta sempre la presenza di una ripetizione. Per questo motivo si comanda il ricordo. Tuttavia la memoria, come Paolo si preoccupa subito di precisare, è collegata intrinsecamente all’attesa: «Ogni volta che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga» (1Cor 12,26).
Nei Sinottici la narrazione colloca la Cena a monte del rito. Gesù agisce in proprio e non comanda alcuna reiterazione del suo gesto. Si è di fronte a un avvenimento unico, che preannuncia il versamento del sangue di Gesù avvenuto una volta sola (cf. Eb 9,12, seconda lettura). Ecco perché non si comanda di far memoria. Anche nei Vangeli c’è un’attesa espressa con parole messe in bocca direttamente a Gesù. Pure lui attende; anche in questo ci è di esempio. È lui il primo a sperare nel vino nuovo del regno di Dio. Luca, quando parla del Risorto, afferma che gli fu offerto del pesce arrostito che egli mangiò davanti a loro (cf. Lc 24,41-43; cf. Gv 21,9); in relazione a Gesù risorto nessun testo avrebbe potuto neppure alludere al vino. Dopo la risurrezione, il tempo dell’attesa non è tramontato.
In relazione al vino si assiste a una specie di divaricazione tra l’attesa affermata dai credenti attraverso il loro accostarsi al calice e quella vissuta da Gesù in virtù del suo astenersi dal bere vino fino a quando non giungerà il Regno. In realtà attraverso gesti apparentemente antitetici si afferma la stessa speranza.

Corpus Domini (B) Pane e vinoultima modifica: 2018-06-04T19:45:00+02:00da piero-stefani
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