V Domenica del tempo ordinario (B) – La preghiera di Gesù

V domenica del tempo ordinario
Gb 7,1-.4.6-7; Sal 147 (146); 1Cor 9.16-19.22.23; Mc 1,29-39

La preghiera di Gesù

«Venuta la sera, dopo il tramonto del sole gli portarono tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era radunata davanti alla sua porta» (Mc 1,32-33). Quello di Marco è il vangelo che pone maggiormente in luce la presenza continua e spesso assillante della folla. Essa impedisce a Gesù persino di prendere cibo (cf. Mc 1,33.37.45; 2,1.3. 7-10; 3,20-32; 4,1; 5,21.31). Nella vita diurna Gesù è assalito dalla folla; di contro la sua preghiera avviene nell’oscurità e nella solitudine. Il contrasto tra le scene è palese. Non siamo però di fronte a un uomo pubblico che cerca qualche conforto nella tranquillità di un luogo appartato. La sua preghiera non è mai un «buen retiro».
Quanto contraddistingue il vangelo di Marco in relazione al pregare di Gesù è anche la parsimonia dei riferimenti. Per rendersene conto basta confrontarlo con Luca. Il terzo vangelo sottolinea tutti i passaggi decisivi della vita di Gesù – battesimo, scelta dei dodici, trasfigurazione, morte – attraverso il ricorso alla preghiera (cf. Lc 3,21; 5,16; 6,12; 9,18-28; 10,21; 11,1; 22,32.46; 23,34.46). Marco è invece molto più spoglio. Nel suo vangelo solo per tre volte si dice, in modo esplicito, che Gesù prega. In tutte e tre le occasioni la preghiera si svolge nella solitudine e si tratta sempre di una supplica. «Al mattino presto si alzò quando era ancora buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava» (Mc 1,35). «E subito costrinse i discepoli a salire sulla barca e precederlo sull’altra riva, a Betsàida, finché non avesse congedato la folla. Quando li ebbe congedati, andò sul monte a pregare» (Mc 6,45-46). Infine ci fu la preghiera del Getsèmani, dove Gesù sentì paura e angoscia (Mc 14,32-39).
Quella apparsa sulle labbra di Gesù è un’orazione che, nella tradizione ebraica, si denominerebbe tefillah yachid, «preghiera solitaria». Marco non dice mai che Gesù prendesse parte a qualche liturgia. Non sappiamo quali espressioni comparissero sulla sua bocca quando, in un mattino ancora avvolto nel buio, usciva a pregare. Tutto però lascia credere che questo modo di pregare sia contraddistinto innanzitutto dal grido e dall’invocazione. L’unica preghiera di cui il vangelo di Marco ci riporta le parole, quella dell’orto, si inscrive in questa dimensione.
La preghiera è solitaria, non silenziosa. Nel mondo biblico anche il pregare individuale è formulato ad alta voce; una prece sussurrata come quella compiuta da Anna, la madre di Samuele, è considerata una vera e propria stranezza (cf. 1 Sam 1,13). La voce, il grido, l’invocazione, i gesti sono le modalità di una preghiera che passa attraverso il corpo. Nessuno può entrare in relazione con chi gli è accanto a prescindere dalla fisicità del corpo, della voce, dello sguardo e dell’abbraccio. Nella preghiera solitaria non si abdica alla corporeità appunto perché anch’essa è posta all’insegna dell’incontro, o almeno del desiderio che esso avvenga. Sul far della sera Gesù guariva corpi malati e sconfiggeva i demoni, quando le tenebre diventavano più fitte il suo corpo gli serviva per rivolgersi al Padre. In qualche modo avvertiamo che le guarigioni dipendono anche da quel pregare notturno. Si è soli, tuttavia si compiono gesti e si innalzano voci e grida per entrare in rapporto con Dio. Al Getsèmani, Gesù, rivolgendosi al Padre per supplicarlo, l’avrebbe chiamato con l’intima parola di Abbà, nome consono a esprimere l’impasto tra vicinanza e distanza proprio di ogni autentica invocazione.

V Domenica del tempo ordinario (B) – La preghiera di Gesùultima modifica: 2018-02-02T21:54:49+01:00da piero-stefani
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