592 – Neanche io ti condanno (11.12.2016)

Il pensiero della settimana n. 592

 «Neanche io ti condanno»

    La lettera apostolica Misericordia et misera scritta da papa Francesco per la recente conclusione del Giubileo straordinario della misericordia inizia con il riferimento alla storia  dell’adultera presente nel Vangelo di Giovanni. Si tratta di una scena da cui è sorto addirittura un proverbio: «chi è senza peccato scagli la prima pietra». Ma qual è significato originale del detto nel contesto del Vangelo?

Cosa significa questa sezione isolata dedicata alla donna scoperta in flagrante adulterio e tradotta  da scribi e farisei davanti a Gesù (Gv 8,1-11)? Innanzitutto dobbiamo cogliere quello che manca: vale a dire l’adultero. Quando si è colti sul fatto si è in due e non già in uno/a. La mancanza della figura maschile, in genere non posta in rilievo (non fa eccezione in ciò Misericordia et misera), è fondamentale quanto meno per prendere atto che il centro del discorso non sta sul modo di applicare o di abolire un’antica legge. Secondo le disposizioni della Torah, al fine di mantenere la santità di Israele, devono essere  infatti lapidati tanto l’adultera quanto l’adultero (cfr. Lv 20,10; Dt 22,22-24). La mancanza di lui attesta che questo masso erratico presente nel quarto Vangelo non è una discussione legale. Il suo senso va cercato altrove.

     «Chi è senza peccato scagli la prima pietra» è una specie di ordine paradossalmente pronunciato per non essere eseguito. La formulazione letterale del detto è più articolata della sua versione corrente, tuttavia la differenza tra le due frasi non è fondamentale: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei» (Gv 8,7). La diversità più significativa è che il termine «primo» in Giovanni è riferito alle persone e non alle cose. Riguarda il potenziale iniziatore dell’azione, forse il personaggio più autorevole, cioè colui che è nelle condizioni di tirarsi dietro tutti gli altri. Tuttavia la specificazione, per quanto rilevante, non muta in modo radicale l’orizzonte. L’autentico salto qualitativo lo si misura  rispetto alla percezione corrente del proverbio derivato da questo passo evangelico. In genere lo si intende più o meno in questo modo: nessuno è innocente e quindi nessuno è nelle condizioni di condannare qualcun altro. In fin dei conti si tratterebbe di un tipo di indulgenza paragonabile al colloquiale «mal comune mezzo gaudio». Non ci è concesso di emettere una proposizione di condanna perché si è a proprio volta colpevoli: chi sei tu per giudicare? Questo modo di comprendere la sentenza non ha nulla da spartire con il messaggio evangelico. Giovanni collega infatti l’impossibilità di punire da parte di colui che si trova nel peccato con la constatazione secondo la quale anche chi è senza peccato decide di non scagliare alcuna pietra.

   Il cuore profondo del messaggio trasmesso da questo episodio sta nella frase con la quale Gesù, alla fine, si rivolge all’adultera: «neanche io ti condanno» (Gv 8,11). La conclusione si basa su un principio radicalmente diverso da quello che ha indotto gli astanti ad andarsene secondo un ordine, forse, corrispondente  alla disposizione gerarchica con cui si radunava il sinedrio (cf. Tosefta Sanhedrin,  8,1): «Quelli (…) se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani» (Gv 8,9). Da un lato non è lecito condannare perché tutti sono colpevoli, dall’altro si dà un atteggiamento esprimibile solo attraverso una lunga frase: «non voglio condannare a causa della mia innocenza;  se facessi prevalere la punizione sulla misericordia neppure io sarei più innocente, priverei infatti un’altra persona della possibilità di uscire dal suo peccato». Quando si pronuncia in modo consapevole il «chi è senza peccato scagli la prima pietra» bisognerebbe tener presente come necessario completamento del detto il «neanche io ti condanno» pronunciato da Gesù, l’innocente per eccellenza.

  Per comprendere il messaggio contenuto nell’episodio, le parole di Gesù vanno assunte nella loro completezza: «Neanch’io ti condanno, va’ e d’ora in poi non peccare più». Non bisogna sottovalutare la presenza di una formulazione negativa. Nella scena davanti al tempio non si manifesta un incondizionato prevalere del perdono. L’annuncio della non condanna è l’inizio di un cammino («va’»), non una conclusione. Gesù non dice «ti perdono», afferma «non ti condanno». Pone cioè l’adultera nelle condizioni di raggiungere un perdono che non potrà essere conseguito senza una sua attiva partecipazione. Quella di Gesù è una parola che precede il pentimento del colpevole ma nel contempo lo obbliga a mutare il suo modo di vita. In conclusione siamo giunti al paradosso inscritto in profondità nella misericordia: essere misericordiosi esige  amare qualcuno per quel che è ora, anche nel caso in cui si trovi nel peccato, e nel contempo sollecitarlo a diventare diverso da quel che è ora: «Va’ e non peccare più». Questa volta gli imperativi sono formulati per essere messi in pratica.

Piero Stefani

 

592 – Neanche io ti condanno (11.12.2016)ultima modifica: 2016-12-10T12:12:39+01:00da piero-stefani
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