580 – Il timore di Dio (18.09.2016)

Il pensiero della settimana, n. 580

 Il timore di Dio

 Il maestro chassidico più insolito fra tutti fu il rebbe di Kozk. Per la sua familiarità con il timore e il tremore Abraham Joshua Heschel lo paragonò a Kierkegaard.  Una volta il rebbe chiese a un suo seguace se avesse mai visto un lupo e si sentì rispondere in modo affermativo. Allora gli domandò se avesse avuto timore. Di nuovo risuonò un «sì». «Ma in quel momento hai pensato di avere timore?». «No» rispose «ho avuto soltanto timore». «Così» disse il rebbe «si deve fare con il timore di Dio».

Ai nostri giorni la semplice espressione «timor di Dio» suona in se stessa stravagante. Tutto lo scenario divino è dominato dall’amore, dalla misericordia, dal perdono illimitato legato a un Padre incapace di punire. Su questo sfondo il timore di Dio è accantonato perché inevitabilmente collegato a un’arcaica capacità di condanna. L’errore fondamentale sta proprio in questo collegamento. Temere Dio significa non  già avere paura per la propria sorte, bensì riconoscere una grandezza non paragonabile alla nostra senza la quale Dio non sarebbe Dio. Bisogna temerlo senza pensare a se stessi. In questa luce il timore è richiesto proprio dalla nostra vicinanza a lui. Un racconto islamico afferma che il cuore di Abramo «l’amico del Misericordioso, si udiva, allorché  egli si alzava in preghiera, alla distanza di un miglio, tanto temeva il suo Signore». Nel momento stesso in cui si indica una tumultuosa risonanza del cuore, si evoca la qualifica di khalil (amico) Allah. Il messaggio più profondo  dell’episodio culmina in questo accostamento. Se non lo comprendiamo è per la tiepidezza ormai cronica dei nostri cuori.

Vi è un insegnamento fondamentale ricavabile da questo modo di aver timor di Dio. L’atto di avvertire il timore senza pensare a esso prende le distanze da tutti i procedimenti che si servono della paura. Sì, è dato servirsi della paura; in modo corretto quando essa diviene un preveggente e controllato modo per fronteggiare pericoli reali, in maniera aberrante allorché si trasforma in esercizio di dominio sugli altri.

Suscitare paure per imporre il proprio controllo è un’antica forma per esercitare il potere sia temporale sia spirituale. Il Dio che condanna all’inferno se non ci si confessa a un prete è stata una esemplificazione secolare di questo esercizio di potere (di cui la Chiesa di oggi, misericordiosa ma anche immemore, non sembra abbia chiesto sufficientemente perdono). Temere Dio per paura dell’inferno è legato a filo doppio al sapere di aver paura. La replica autentica non è semplicemente quella di dichiarare che non c’è alcun inferno nell’aldilà (mentre a tutti resta precluso negarne l’esistenza nell’aldiquà). Piuttosto occorrerebbe praticare una forma di timor di Dio che non ha nulla a che vedere con lo sfruttamento della paura e con l’esercizio del potere. È il timore dell’amico che riconosce l’incommensurabilità di Dio a cui si rivolge. Un atteggiamento presente anche nell’antica e sempre meno compresa forma liturgica: «Obbedienti alla parola del Salvatore e formati al suo divino insegnamento, osiamo dire: “Padre nostro…”». Ma per agire in tal modo bisogna credere davvero in Dio e non già affidarsi all’immagine che ci siamo fatti di lui.

Piero Stefani

580 – Il timore di Dio (18.09.2016)ultima modifica: 2016-09-17T08:00:17+02:00da piero-stefani
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