563 – I tempi della luna (10.04.2016)

Il pensiero della settimana, 563

 I tempi della luna

      Per quali vie una piena adesione all’ebraismo ortodosso è in grado non solo di essere fedele al suo grande passato ma anche di essere aperta al futuro? La domanda racchiude da sola il nucleo più profondo di un recente libro di rav Roberto della Rocca, Con lo sguardo alla luna. Percorsi di pensiero ebraico (Giuntina, Firenze  2015, pp. 204).  La risposta però è plurima. Non a caso il testo è articolato in tre percorsi: il primo introduce alla scansione ebraica del tempo, il secondo si occupa di testi e figure bibliche, il terzo è dedicato a temi etici ebraici.

       La  risposta alla domanda di come sia possibile esseri fedeli tanto al passato quanto al futuro ci rimanda, per forza di cose, alla temporalità. Ma quale? All’inizio del libro troviamo una dedica, una citazione e un commento. Si tratta di vere e proprie chiavi di lettura. La dedica è «ai miei genitori e ai miei figli, Eitan, Yael, Daniel»; la citazione, tratta dal Talmud di Gerusalemme (Shabbat 1,2), dichiara che «Chiunque ascolta un brano di Torà dal figlio di suo figlio è come se ascoltasse la Torà direttamente dal Monte Sinai». Dal canto suo il commento afferma: «Sono i nipoti e le future generazioni a costituire il nostro “Monte Sinai”, la fonte dell’Insegnamento. Una prospettiva rovesciata rispetto a ciò che appare a prima vista, perché il Dono della Torà non è un “c’era una volta”, ma un tempo nel quale il passato diviene presente e si proietta in un futuro da costruire» (p. 5).

      “Di generazione in generazione”,  si potrebbe chiosare. Tuttavia non si tratta solo di padri/madri, di figli/e e nipoti. Un altro detto talmudico riprende la medesima immagine spostandola su un diverso registro; esso afferma che tutto quello che un discepolo di ingegno dice di fronte al suo maestro era già stato rivelato a Mosè sul Sinai (Talmud di Gerusalemme, Peà 2,4). Si è di fronte allo stesso rovesciamento temporale scorto in precedenza. Cosa rende possibile queste specifiche dinamiche legate all’insegnamento e all’apprendimento? La risposta più riassuntiva la troviamo in questa riga: «Studiare la Torà vuol dire essere in grado, nella ripetizione, di dire novità» (p. 49). Si tratta dunque sempre di novità relative che non spezzano il legame con il passato anche quando guardano in avanti. Ogni nascita è una novità, e tuttavia essa proviene, per definizione, da quanto la precede; avviene così anche per il prolungarsi del popolo d’Israele nel tempo. Ciò vale, è ovvio, in relazione al venir al mondo di nuovi ebrei; tuttavia la stessa dinamica è all’opera in rapporto allo studio e alla messa in pratica della Torà; siamo di fronte a un processo che produce nuovi significati nella misura in cui è collocato all’interno di una tradizione.

      Il privilegio dato alla novità nella ripetizione giustifica l’immagine scelta per raccogliere in unità le varie parti del libro. Lo sguardo va rivolto alla luna. Il predominio riservato al nostro pianeta è giustificato dalla sua capacità di  rinnovarsi ripetendo sempre i «sempiterni calli» (in realtà, all’opposto di quanto si è appena fatto, a essere significativa nel testo è proprio l’assenza di ogni allusione leopardiana). Non è forse tipico anche del linguaggio corrente parlare di «luna nuova»? Da un punto di vista tecnico il calendario ebraico si definisce luni-solare (a essere puramente lunare è invece quello islamico). Infatti, per evitare uno sfasamento stagionale, ai dodici mesi lunari se ne aggiunge periodicamente un altro (si tratta del cosiddetto «anno embolismico»). Il mese resta comunque sempre lunare. Mese, in ebraico, si dice chodesh, la stessa radice di chadash «nuovo».

      Per cogliere il senso e il ruolo della “novità relativa” occorre perciò guardare più alla luna che al sole, al mese più che all’anno. Non a caso il primo precetto diretto a Israele come popolo è volto a stabilire quale sia il primo tra i mesi (Es 12,2): «Nella doppia struttura solare e lunare, tra il sole immobile che sembra agli uomini girare incessantemente sulla stessa orbita e la luna che invece cresce e cala ogni mese, rinnovandosi, la prospettiva ebraica è orientata maggiormente verso quest’ultima» (p. 43).

     Le antiche civiltà legate al sole, a iniziare da quella egizia, sono scomparse; quella ebraica connessa maggiormente alla luna, invece, continua. Lo fa anche nella misura in cui ha introiettato dentro di sé la capacità di vivere  all’insegna del diminuire e del crescere, vale a dire anche grazie alla presenza di un lato mancante: «L’immagine della luna ci indica altresì una dimensione scevra da trionfalismi: da qui nasce una sensibile attenzione a qualsiasi incompiutezza, a qualsiasi carenza (…) la sua pienezza a metà mese è l’illusione di un giorno, perché il giorno successivo è già calante. Da qui il segreto di fare di questa carenza e di questa incompletezza una forza, un’opportunità, fino a fondare l’identità di Israele  su questa carenza» (p. 45). Ecco perché l’attenzione alla ripetizione e alla sua novità relativa implica pure l’improvvisa irruzione dell’alterità messianica  (espressa da Della Rocca anche in riferimento alle parole di Walter Benjamin contenute nell’ultima delle sue Tesi di filosofia della storia): «Una piccola porta da cui entra il Messia, uno spiraglio da cui viene la salvezza del popolo ebraico. Gli attimi futuri possono essere trasformati in spiragli di speranza solo se siamo istruiti nella memoria» (p. 38).

Piero Stefani

 

563 – I tempi della luna (10.04.2016)ultima modifica: 2016-04-09T09:00:16+02:00da piero-stefani
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