544 – Come ricordare? – (07.02.2016)

Il pensiero della settimana, n. 554

 Come ricordare? [1]

 Rileggo un passo di «La tregua». Il libro è stato pubblicato solo nel 1963 (Einaudi, Torino) ma queste parole le avevo scritte fin dal 1947;  si parla dei primi soldati russi al cospetto del nostro Lager gremito di cadaveri e di moribondi: «Non salutavano, apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvicinava i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono e che la sua volontà sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa.[2]

 

     Così Primo Levi. Anche noi questa sera avvertiamo una giusta vergogna nel ricordare la Shoah in una situazione così abissalmente diversa dall’oggetto sul quale ci proponiamo di riflettere. Dante afferma che non  c’è maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria; al contrario è sempre troppo poco il dolore quando si fa memoria della sventura altrui in una tranquilla – e a volte persino cerimoniale – normalità.

     La vergogna provata dal giusto per la colpa altrui è un monito perenne contro  troppo facili  esaltazioni  del martirio. La violenza subita dalla vittima in se stessa non riscatta il sopruso del carnefice. Un atto sommamente ingiusto è stato introdotto nel mondo delle cose che esistono. Ogni celebrazione religiosa o laica dei martiri dovrebbe misurarsi con questo nodo.

       Tra le speranze dei giusti vi è anche quella che la vergogna possa fare breccia nell’animo degli iniqui. Si tratta di una speranza il più delle volte delusa. Fu così anche all’epoca di Geremia: «Curano alla leggera la ferita del mio popolo, dicendo: “Pace, pace!”, ma pace non c’è. Dovrebbero vergognarsi dei loro atti riprovevoli, ma non si vergognano affatto, non sanno neppur arrossire» (Ger 6,14-15). Tra  le modalità con cui oggi si pensa a questa falsa pace c’è anche quella di sottovalutare il male  irreversibilmente entrato nel mondo, magari facendo ricorso a un troppo facile appello alla misericordia.

     I giusti (o anche chi semplicemente si sforza di essere tale) provano vergogna per l’altrui indifferenza nei confronti del male. Anzi a volte sono costretti a prendere atto che la sventura, lungi dal suscitare  compassione, produce una iniqua esultanza. Qualche settimana fa a Ferrara un giovane nigeriano si è buttato sotto un treno. Sui social network si sono lette frasi come queste: «uno in meno», «un brindisi», «magari altri seguissero il suo esempio»;  «non poteva trovare un modo che non creasse tanto disagio ad altre persone?». Si sono alzate giuste voci di sdegno. Si prova vergogna che esistano simili concittadini. Sotto la superficie si annida, però, una domanda più riposta e difficile da sollevare: che cosa abbiamo fatto per evitare che insorgessero le condizioni che hanno provocato quel gesto? Una parte di vergogna è di nostra spettanza.

      Non ci è dato dialogare con tutti, ascoltare tutti. Tuttavia potremmo accorgerci almeno che gli altri ci sono e guardarli con occhio buono. Non è tutto, ma senza questo atto preliminare null’altro nascerebbe. Poche settimane dopo essere uscita dal lager, Liana Millu vede  in una stazione un soldato tedesco, lo osserva, lo descrive e poi si chiede: «odio quest’uomo? Potrei, se non io direttamente, godere nel vederlo maltrattare, nel vederlo umiliare? Penso “lui” no. Uno no. Perché quest’uno posso osservarlo e comprenderne l’infinita stanchezza, l’infinita umiliazione, persino la bestiale paura»[3]; e, si potrebbe aggiungere, capirne e in un certo senso persino condividerne la vergogna.

Piero Stefani

 


[1] Appunti stesi in vista di una riflessione da tenersi a Milano il 27 gennaio 2016 presso la chiesetta di Santa Maria del Sasso alla Mogolfa.

[2] P. Levi, I sommersi e i salvati, in Opere, vol. II, Einaudi, Torino 1997, pp. 1046-1047.

[3]Cfr.  L. Millu, Tagebuch. Diario di ritorno dal Lager, Giuntina, Firenze 2006, pp. 66-67.

544 – Come ricordare? – (07.02.2016)ultima modifica: 2016-02-06T08:02:36+01:00da piero-stefani
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