399__”Nel” o “e” ? (23.09.2012)

Il pensiero della settimana, n. 399

 

Qualche mese fa al termine di una conferenza fu chiesto a Massimo Faggioli – uno dei più attenti studiosi attuali del Vaticano II – quale fosse stato il motivo principale che ha rallentato in modo tanto vistoso lo slancio conciliare partito gagliardo a metà degli anni Sessanta. La sua risposta è stata di indicare una serie di critiche mosse alla Gaudium et spes (una delle quattro costituzioni del Vaticano II) avanzate anche da teologici di primaria grandezza e non certo appartenenti al novero degli anticonciliatoristi. Non si può negare l’effettiva esistenza di critiche pensose, ma si può dubitare  che esse abbiano svolto un ruolo rilevante nella scelta compiuta, in alto loco, di spingere il pedale del freno.

Una valutazione complessiva della costituzione conciliare esigerebbe lunghi discorsi. Nonostante il fatto che sia un procedere riduttivo, qualcosa del suo spirito lo si può, però, ricavare già dal coraggioso titolo del documento: «Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo». L’aver introdotto un «nel» al posto di un possibile «e» indica un aspetto irrinunciabile: la Chiesa è più piccola del mondo e ciò la obbliga, se vuole essere strumento di salvezza, ad assumere la logica del chicco di senape.

Quel «in» parla il linguaggio di una condivisione posta all’insegna di quanto è accomunante e se è da registrarsi una predilezione essa va riservata ai poveri: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie, le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo». Su questo punto allora nessuna critica fu espressa. Eppure in queste righe iniziali risuona un approccio ben distante da quello che udiamo oggi. Lì non si  parla di un mondo destinato alla rovina in quanto ha girato le spalle alla fede. Quando l’analisi è questa, l’istanza non è di condividere le gioie e i dolori degli altri; all’opposto sono gli altri a dover tornare a far proprie le nostre convinzioni (assai più che le nostre prassi). In definitiva, i vertici della Chiesa cattolica hanno ripreso a parlare nel modo tipico di chi si trova, suo malgrado, nel mondo contemporaneo; vale a dire di chi è costretto a operare in un contesto contraddistinto da una crescente mancanza di fede (discorso, in realtà, costantemente ripetuto almeno da quando è iniziata quella storia, vecchia di oltre due secoli, che continuiamo a chiamare contemporanea).

«Vi è una teoria che sta acquistando un diffuso consenso nel mondo occidentale secondo il quale i mali che affliggono le varie nazioni  sono dovuti al declino della fede religiosa». Nessuno si meraviglierebbe di trovare queste parole in un recente documento del dicastero vaticano per la promozione della nuova evangelizzazione. In effetti sono le parole iniziali di un articolo scritto nel 1956 da Bertrand Russell (va da sé che il filosofo elaborò il suo pezzo proprio per confutare la tesi). Il riferimento è significativo; è indubbio che i padri conciliari conoscessero, per forza di cose, la visione stando alla quale il declino della società era un frutto della diminuzione della pratica religiosa. Questo giudizio obbliga a parlare di Chiesa e mondo contemporaneo. Con tutti i suoi limiti oggettivi e tutte le sue ottimistiche ingenuità, la Gaudium et spes ruppe con questo schema auspicando, in senso positivo, una «mondanizzazione» solidale della Chiesa.

Il punto cruciale è qui: quando si apprezzano i valori propri del mondo contemporaneo, comprese la libertà di pensiero e di parola e la democrazia politica, si è obbligati a misurare una distanza non componibile con il modo in cui la Chiesa cattolica gestisce la propria vita interna. Lì hanno ancora pieno corso un principio gerarchico e  un controllo dottrinale «pre-contemporanei», oggettivamente antitetici ai principi accolti come positivi dalla Chiesa stessa in relazione alla società. De facto il modo di operare ecclesiastico è tuttora contraddistinto più da un «e» che da un «nel». Al posto della visione stando alla quale la Chiesa era definita come una societas perfecta (propria dell’«e») è subentrata, con il concilio, una ecclesiologia del «popolo di Dio» impossibilitata, a causa della sua natura gerarchia, a far propria una visione compiutamente democratica al suo interno. Ciò spiega perché il più autentico incaglio dell’applicazione conciliare sia legato, in Occidente, allo spirito del ’68. Esso entrò in parte anche nelle comunità ecclesiali. Perciò, un’autorità che si dichiarava legittimata solo in base al fatto di essere costituita come tale fu anch’essa largamente esposta alla «contestazione». In altre aree del mondo dove i poveri, a parole prediletti, erano ben più numerosi si parlò soprattutto di «liberazione» e di «base» – termini entrambi carichi di risonanze politiche. Per essere all’altezza di una sfida, indubbiamente esposta a eccessi, occorreva assumere in pieno la prospettiva dell’«nel». Ciò non avvenne.

Il Vaticano II, anche a motivo delle dinamiche del suo svolgimento, ha, in molte sue linee guida, assunto una dinamica di mediazione tra il vecchio e il nuovo. L’ambiguità ha comportato, a livello di recezione, la polarizzazione delle dinamiche: da un lato si affermò che per essere fedeli al concilio bisognava andare oltre la sua lettera; dall’altro si dichiarò che occorreva tornare a prima di esso, cioè vederlo come un momento di continuità e non di rottura. Quest’ultima opzione rappresenta l’attuale ermeneutica ufficiale delle gerarchie cattoliche. Essa ripropone il linguaggio dell’«e». Con ciò la gerarchia ecclesiale condanna se stessa alla sterilità nell’annuncio e rimane scoperta nei confronti di scandali propri di una societas che, lungi dall’essere perfecta, si trova, di fatto, mondanizzata nei suoi costumi e quindi poco credibile nei suoi insegnamenti.

Piero Stefani

 

 

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Un pensiero su “399__”Nel” o “e” ? (23.09.2012)

  1. Tuttavia il male di questa gerarchia è un male ereditato e che se non cambiano i seminari continuerà ancora per molto tempo. Ma non è solo la gerarchia ammalata di antimodernità, mi sembra che questo tema sia comune a gran parte del pensiero filosofico, politico e umanistico attuale che non riesce minimamente a stare al passo con il progresso scientifico-tecnologico che caratterizza la modernità, un confronto che mostra dalla parte degli scienziati e dei tecnici la concorrenza e la partecipazione a scelte globali, spesso con un forte supporto economico, con risultati eclatanti mentre dall’altra parte, comprese le religioni, si continua a “cincischiare” come nel passato senza risolvere il minimo problema. Perché quel “nel” è un essere, per forza di cose, imbevuti nel mondo in cui si vive, dove anche la favilla dello Spirito fa quello che può.

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