383. Il disagio dell’appartenenza (22.04.2012)

Il  pensiero della settimana, n. 383 

     In Italia si moltiplicano le situazioni in cui ci si sente a disagio là dove un tempo ci si sentiva di casa, o in cui, quanto meno, si viveva in contesti nei quali le ombre del dubbio potevano essere vittoriosamente contrastate dai raggi di luce della convinzione. Oggi invece il solo atto di appartenere a un determinato ambito crea, in molti, problemi di coscienza a volte destinati a sfociare in conflitti insanabili.

     La prima esemplificazione, è scontato, riguarda i partiti politici. L’appello a non demonizzarli lanciato dal presidente Napolitano è lungi dall’essere sufficiente per sconfiggere il meritato discredito riservato a tutti coloro che hanno come primo scopo quello di salvare se stessi quando la nave affonda. Vista in quest’ottica, la posizione presa dal trio ABC nel caso del finanziamento pubblico dei partiti non differisce molto da quella del capitano Schettino.

     Ci sono altre esemplificazioni che accompagnano da tempo molti di noi. Esse concernono una serie di comportamenti assunti da esponenti della gerarchia cattolica. Con frequenza impressionante si registrano atteggiamenti giustificati in modo assai peggiore dei fatti stessi. In questo senso il paragone con i partiti è legittimo. Sarebbe persino accettabile che questi ultimi pigliassero soldi pubblici per il fatto di averne bisogno; inaccettabile è, invece, tentare di giustificare questa situazione (che viola un esito referendario) presentandola come imprescindibile baluardo posto a difesa della democrazia.

     Il fatto che il card. Gianfranco Ravasi abbia celebrato, a oltre settant’anni di distanza dalla morte, una messa funebre in memoria della poetessa suicida Antonia Pozzi è un atto che, in quanto tale, non ha alcun bisogno di essere giustificato. Forse ci si sarebbe potuto chiedere se ciò fosse conforme alla volontà di una persona la quale, pur avendo un’acuta sensibilità religiosa, decise di rimanere sulla soglia rispetto a un’esplicita appartenenza cattolica di cui constatava il gretto perbenismo presente nell’ambiente a lei più prossimo. Nella situazione specifica della Chiesa italiana, sarebbe stato consono a quella celebrazione confrontarsi in maniera diretta con la decisione presa nel 2006 di negare il funerale religioso chiesto per Piergiorgio dalla famiglia Welby. Il confronto è inevitabile ed è venuto in mente a molti. Ci sono, comunque, fondati motivi per dubitare che il cardinale addiverrebbe a una richiesta di celebrare messa in memoria di Welby.

Il grave sta nel fatto che l’atto è stato giustificato. Ravasi ha dichiarato ad Armando Torno (anche lui del tutto alieno dal porre questioni davvero serie) al Corriere del 16 aprile: «Celebro questa messa perché l’atteggiamento che la Chiesa ha attualmente nei confronti dei suicidi presta molta attenzione alle dimensioni interiori della tragedia. Se l’evento drammatico nasce da una superficialità o è causato dal disprezzo dei valori della vita, allora evidentemente non può essere oggetto di una celebrazione. Ma la Pozzi rappresenta il caso di una persona dotata di forte spiritualità e di intensa ricerca interiore, travolta da una sensibilità estrema.». Troppo facile, a decenni di distanza, parlare di «sensibilità estrema» circondandola di un alone spirituale ed estetico. Quanto davvero conta sono altre questioni. Domanda: sotto il «disprezzo dei valori della vita» va collocato anche il suicidio Welby? Se Ravasi aveva in mente quest’allusione doveva assumere la piena responsabilità di dichiararlo esplicitamente. Ma il punto più grave non è neppure questo, bensì quello di arrogarsi il diritto, letteralmente divino, di discriminare (almeno potenzialmente) rispetto a coloro che hanno compiuto l’atto estremo di togliersi la vita. Chi è in grado di discernere tra motivazioni buone e motivi cattivi? Chi lo può fare senza varcare limiti preclusi all’umano? La presunta giustificazione proposta da Ravasi lambisce il terreno dell’empietà.

     Occorre andare ancora una volta all’ironica quanto altissima risposta data da Muhammad ai suoi seguaci che si erano vantati con lui per aver ucciso un pagano. Quest’ultimo, vedendosi circondato dai nemici, aveva pubblicamente pronunciato la professione di fede islamica. Come dubitare della strumentalità dell’atto? Tuttavia Muhammad disse che sicuramente, prima di ucciderlo, essi non gli avevano aperto il cuore per guardare cosa c’era dentro. Poi aggiunse, questa volta senza ironia, che nel giorno del giudizio quei suoi seguaci avrebbero dovuto rendere conto a Dio di quanto da loro compiuto. Le parole che giungono dall’antica Arabia sono un monito per tutti, anche per chi celebra messa a Pasturo.

Piero Stefani

 

383. Il disagio dell’appartenenza (22.04.2012)ultima modifica: 2012-04-21T06:00:00+02:00da piero-stefani
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