378. Riscritture: il Giobbe di Joseph Roth (19.03.2012)

Pensiero della settimana, n. 378[i]

 

Rendere un testo sacro letteratura, vale a dire proiettarlo fuori dalla crisalide delle comunità religiose che lo hanno trasmesso e custodito, significa tradirlo? Gli apologeti del controllo istituzionale sul sacro, al pari dei fondamentalisti di ieri e di oggi, risponderebbero di sì. La smentita rispetto alle loro diverse, eppure concordi, posizioni, viene, a volte, dall’interno stesso del Libro. Ciò ha luogo quando lo scritto di partenza è in se stesso dichiaratamente letterario. In queste circostanze non va neppure sollevato il problema se un testo sacro possa diventare letteratura. Il discorso va capovolto. Fin dal principio, infatti, fu compiuta la scelta di affidarsi alla specificità di una forma letteraria al fine di esprimere il sacro. È il caso del libro di Giobbe.

In principio c’era l’antica e ben conosciuta novella del giusto messo alla prova dalla sventura e poi reintegrato nella sua fortuna come premio per la pia accettazione di quanto gli accade. Il libro biblico accoglie questo sostrato ponendo, all’inizio e alla fine del testo, due sezioni in prosa (Gb 1-2; 42,7-16). Stretto tra questi esili braccia vi è il grande corpus dei capitoli in poesia (Gb 3-42,6), torrenziale susseguirsi di parole di protesta contro l’operare divino e di apologia nei confronti della giustizia di Dio, concluso dall’erompere stesso della voce del Signore. Il proprium del libro di Giobbe è di essere contraddistinto dall’intreccio di due generi letterari. Occorre decidere quali fra le due componenti di questo tessuto misto abbia la precedenza. Il primato va alla componente drammatica della parte in poesia in cui Giobbe alza il suo grido, i suoi amici sviluppano i loro ragionamenti apologetici e il Signore dice la sua parola conclusiva? O piuttosto la chiave che dischiude è quella stessa che chiude, vale a dire i versetti in prosa che, in modo circolare, dicono il benessere, la prova e di nuovo il benessere? O forse il senso del libro sta proprio nel suo presentarsi come una stoffa tessuta con fili disomogenei? Qualunque sia la soluzione adottata, resta la presenza dell’opzione accomunante di non voler lasciare alla sventura l’ultima parola. Giobbe non è una tragedia.

Joseph Roth, grande cantore di un tempo allora da poco trascorso eppure irrimediabilmente tramontato, scrisse nel 1930 il suo Giobbe. Il libro inizia nella Russia zarista del primo Novecento e termina negli Stati Uniti degli anni Venti. A differenza del suo antico modello, collocato in un mitico oriente, privo di tempo e quasi indefinito nello spazio, nel romanzo sono i luoghi e la storia a sconvolgere il ritmo ripetitivo proprio del protagonista Mendel Singer, umile maestro che fa pronunciare ai suoi giovani scolari sempre le stesse parole e  fedele orante che recita, giorno dopo giorno, sempre le stesse formule. Le disgrazie lacerano questa tela omogenea così conforme all’immagine del Dio che dà e toglie presente nella parte iniziale del biblico Giobbe. In America, lontano dalla reiterazione infantile e assediato dalle disgrazie, Mendel esce dalla parte in prosa di Giobbe ed entra in quella in poesia. Diviene ribelle e lottatore. Per farlo sceglie l’empietà. È lì lì per compiere il gesto ultimo di bruciare Dio stesso; decide, infatti, di distruggere gli oggetti tipici del suo pregare quotidiano (i filatteri e il mantello di preghiera). Solo l’intervento degli amici lo trattiene. Tuttavia, nei successivi discorsi avvenuti tra loro, la contrapposizione resta. Si tratta della sezione del romanzo in cui il sottotesto biblico è ripreso nella maniera più diretta.

Nel Giobbe di Roth vi è un patetismo e un senso della famiglia assolutamente alieni all’omonimo testo biblico. Il dramma che percorre il romanzo culmina nella fuoriuscita contemporanea da uno stile di vita che dai padri non passa più ai figli. La catena si è spezzata, nessun figlio di Mendel vivrà come il padre. Da qui il senso di impotenza che pervade il protagonista. Il recupero perciò potrà avvenire solo quando  anche il genitore uscirà, in modo definitivo, dai suoi antichi ritmi di vita. Tuttavia lo scioglimento della vicenda, per quel tanto che avviene, avrà luogo in uno dei riti simbolo del succedersi delle generazioni ebraiche: la cena pasquale (seder). Si tratta di un riferimento del tutto estraneo al Giobbe biblico che ebreo non è, di lui non nominano gli antenati, la sua vicenda non è inserita in nessun racconto che snoda di generazione in generazione. In quel fatidico seder avrà luogo una specie di riscrittura domestico-ebraica-messianica della fiaba del brutto anatroccolo: il rachitico e idiota Menuchim, il figlio abbandonato in Russia e custodito nel cuore, si presenta ora sotto la veste di un ricco genio baciato dal successo e dalla ricchezza, un Elia profano e familiare che entra dalla porta la notte di Pasqua e fa sì che il padre, oppresso dalle sciagure, giunga infine a riposarsi «dal peso della felicità e dalla grandezza dei miracoli».

Piero Stefani




[i]Anticipo il riassunto della conversazione che avrà luogo a Torino presso il «Circolo dei  lettori» via Bogino 9, lunedì 19 marzo alle ore 21.

378. Riscritture: il Giobbe di Joseph Roth (19.03.2012)ultima modifica: 2012-03-17T06:00:00+01:00da piero-stefani
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