354. Meglio tardi che mai?

 

Il pensiero della settimana n. 354

 

Si riempie preventivamente la propria bisaccia di pazienza e si procede con fatica attraverso una selva di citazioni pontificie. Come sempre i Pangloss ecclesiastici sono obbligati ad affermare che quello regnante è il miglior papa possibile. Le parole pronunciate da Ratzinger alle GMG madrilene, al congresso eucaristico anconetano e durante il viaggio nella natia Germania sono pietre miliari verso le quali la gratitudine non sarà mai sufficiente. Dopo essere transitati per molti paragrafi, si approda finalmente ai numeri che vanno dall’8 all’11, i soli della prolusione pronunciata dal presidente della CEI card. Angelo Bagnasco, il 26 settembre u.s., che hanno suscitato interesse nell’opinione pubblica.

Qui la voce di Benedetto XVI tace, come a voler significare, sia pur inconsapevolmente, che nelle parole sapienti di Joseph Ratzinger non ci sono lumi bastanti per orientarsi nel groviglio delle faccende italiane. Certo – sia detto di passaggio – viviamo in anni contraddistinti da lenti e inesorabili declini, quasi che la nostra epoca non fosse all’altezza neppure dei crolli e ciò ha conseguenze dirette anche sulla nostra capacità di proporre analisi pertinenti. In questa parte del suo discorso, le autorità convocate a sostegno da Bagnasco sono altre. Vengono infatti citati nomi del calibro dell’ex presidente della Corte  Costituzionale  Franco Casavola che, sul Corriere della Sera del 20 settembre 2011, ha scritto parole lapidarie (che a qualche malpensante appaiono però stravaganti) secondo le quali «l’unica voce che denuncia i guasti della società e della politica italiane è quella della Chiesa Cattolica». Non manca l’apporto di un uomo per tutte le stagioni come Giuseppe De Rita che, sulle pagine dello stesso quotidiano milanese (6 agosto 2011), annotava che «la politica non si rende conto che milioni di fedeli vivono una vicinanza religiosa [sic!] che si fa sempre più attenta ai “fatti della vita politica”». Un riconoscente tributo viene, poi, attribuito al rettore dell’Università Cattolica, Lorenzo Ornaghi (legato a CL) che, in un’intervista sull’Avvenire del 24 luglio, auspicava un ricompattamento politico dei cattolici. Prezioso è, infine, il rimando a una pagina di Avvenire a firma di Patrizia Clementi[1] la quale, a detta di Bagnasco, ha definitivamente confutato il pregiudizio relativo alle abbondanti risorse possedute dalla Chiesa (con ogni probabilità è proprio questo solido motivo ad aver indotto il presidente della CEI a esortare, da un lato, i cittadini a pagare le tasse e, dall’altro, a tenersi lontano le mille miglia dall’ipotizzare che si possano ridiscutere alcuni dei privilegi fiscali goduti dalla Chiesa).

Al di là del valore, reale o presunto, delle persone citate, questi riferimenti indicano, da soli, il basso profilo di un’analisi stereotipata che non convoca a proprio sostegno alcuna vera competenza legata alla sociologia, all’economia, alla finanza e alla politologia. La carenza di preparazione in questo campo da parte dei vescovi è evidente, così come è palese il ben noto sospetto riservato dalle gerarchie (ecclesiastiche o  laiche che siano) alle persone pensanti. Questa povertà di riflessione potrebbe essere anche tollerata se il tono del discorso fosse dimesso e fosse accompagnato da un’onesta ammissione dei propri errori. Sarebbe bastato dire: «Scusate ci eravamo sbagliati. Nei giorni caldi del caso Englaro avevamo presentato l’attuale capo del governo come un alto difensore della vita contro il nichilismo radicale che mina l’ethos pubblico e che, nella legislatura precedente, era addirittura lì, lì per far breccia nella legislazione statale nel caso dei “dico”. Poi  teorizzammo, e con noi i Formigoni, i Lupi e tanti altri cattolici presenti nelle fila del governo o della maggioranza, che i comportamenti privati licenziosi erano una cosa e la gestione pubblica del potere un’altra; di fronte alla scurrilità volgare e offensiva, qualche nostro illustre confratello, segnatamente mons. Fisichella (mai da noi rimproverato) aveva detto che bisognava saper contestualizzare; né ci  aveva turbato il fatto che il medesimo monsignore avesse argomentato che, una volta separatosi dalla moglie, l’attuale premier poteva essere riammesso al sacramento dell’eucaristia – come è effettivamente avvenuto nel caso del funerale di Raimondo Vianello – perché non più pubblico peccatore. Per limitarsi a questo unico piano – ma in realtà, ci sono altri e più qualificanti temi su cui dovremmo riaprire il dossier – avevamo pensato (o finto di pensare)  tutto ciò; ora ci ricrediamo e affermiamo che “i comportamenti licenziosi e le relazioni improprie sono in se stessi negativi e producono un danno sociale a prescindere dalla loro notorietà”. Ci scusiamo particolarmente con quei fedeli che, spesso nella solitudine e sicuramente nel non ascolto, ci avevano segnalato per tempo queste contraddizioni [2]».

Il linguaggio dell’autocritica è ignoto alla CEI e ciò rende poco credibile ogni suo pronunciamento. Come è stato più volte osservato, Berlusconi è accusabile di tutto, ma non di incoerenza; come è universalmente noto, il suo stile tanto nella vita personale quanto negli affari è sempre stato il medesimo. Nessuno può celarsi dietro un ‘non sapevo’. Che poche frasi, estrapolate da un discorso incapace di fare nomi e cognomi, abbiano avuto sull’opinione pubblica e sullo stesso quadro politico un effetto tanto rilevante, rappresenta per la Chiesa italiana un’aggravante. Ciò lascia, infatti, ritenere che, se fossero state pronunciate per tempo parole chiare, non saremmo giunti a questo punto. Non è la prima volta che la Chiesa italiana prende le distanze quando, non per merito suo, sta decadendo un regime da cui ha lucrato non pochi benefici. Per chi non è sprovvisto di memoria storica, l’esempio tragico del fascismo è lì a ricordarlo. Peraltro le gerarchie ecclesiastiche che, nel centocinquantesimo dell’unità d’Italia, continuano a sbandierare un ipotetico, determinante contributo cattolico ufficiale alla nascita dello Stato unitario dimostrano di non possedere il minimo rispetto per la storia (siamo d’accordo: se lo Stato pontificio non avesse mantenuto in piena efficienza la struttura muraria dell’urbe, la breccia di porta Pia non ci sarebbe mai stata, ma questa constatazione non pare una ragione sufficiente per rivendicare particolari meriti a proposito di quello squarcio).

Meglio tardi che mai? No, se si è responsabili per quel “tardi”. No, se  lo si dice per  motivi molto simili a quelli che hanno indotto a far sì che quel “tardi” si prolungasse fino al  giorno in cui un declino irreversibile  induce  gli ex fiancheggiatori a cambiar, poco gloriosamente, cavallo.

Piero Stefani




[1] Autrice  di Gli enti religiosi. Natura giuridica e regime tributario. Le attività istituzionali e commerciali. La contabilità e i bilanci, Edizione Sole-24 ore 1999.

[2]  Si veda per esempio l’articolo di Piergiorgio Cattani «Cristiani d’Italia in attesa. Una lettera per i nostri vescovi» apparsa sulla rivista Il Margine a fine 2010.

354. Meglio tardi che mai?ultima modifica: 2011-10-01T10:27:16+02:00da piero-stefani
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