337 Racconti di Pasqua (24.04.2011)

Il pensiero della settimana.n. 337

 È una vecchia storia che risale ad antiche società fatte di pastori e agricoltori nel tempo in cui ritornava la stagione mite. Il ciclo della vita continuava, il gregge si riempiva di agnelli saltellanti, mentre nelle campagne i cereali cominciavano a spigare, anzi,  nei climi caldi del  Vicino Oriente,  l’orzo era già maturo.

Forte era la sollecitudine a mangiare presto il frutto del nuovo raccolto. Perciò si cuocevano e consumavano pani non lievitati. Allora non tutto cadeva nella sfera dell’utile; vi era, ancora, un senso arcaico del sacro. Bisognava offrire qualcosa alla divinità. Se si era pastori, si  sacrificava uno dei primi nati del gregge. A un agnello saltellante veniva, con una torsione, spezzato l’osso del collo (l’etimo della parola pesach, «pasqua», viene probabilmente o da questo caratteristico saltellare o dal gesto letale). Tutto ciò avveniva ogni anno. A ogni primavera agnelli e cereali costituivano la realtà stessa della festa.

Con il tempo, in seno al popolo ebraico, l’antica matrice agricolo-pastorale subì una ridefinizione. La festa diventò memoriale, da ripetersi anno dopo anno, di un evento che ebbe luogo una volta sola: l’uscita di Israele dall’Egitto. Agnello e azzime comparivano sulla tavola ogni 365 giorni accompagnati da erbe amare, ma non a ogni primavera i piedi passavano all’asciutto attraverso il mare. Quando la celebrazione si accompagna a un racconto storico, per una serie indefinita di volte si narra un avvenimento capitato una volta sola.

Passò ancora del tempo e dalla tavola scomparve anche la presenza dell’agnello; anch’esso divenne memoria. In antecedenza era già tramontata l’epoca in cui ogni pastore spezzava il collo a un nato dal gregge.  L’agnello doveva essere scannato dai sacerdoti; da molte generazioni ciò avveniva solo quando a Gerusalemme c’era il Tempio. La Casa di Dio, già una volta distrutta e ricostruita, fu, però, di nuovo abbattuta. Le azzime e le erbe amare sarebbero rimaste sulla tavola della cena pasquale ebraica, ma su di essa non ci sarebbe più stato l’agnello (chiamato anche pesach , «pasqua»). Da allora il racconto diventò sostanza e al ricordo si unì l’attesa. La penuria invitava a guardare verso l’avvenire. Un antico sapiente affermò: non si adempie al precetto che ordina di celebrare la  Pasqua se non si dicono queste tre parole: pesach, mazzà («azzima») e maror («erbe amare»). La festa, che aveva luogo ogni anno, si reggeva ormai soprattutto sul «dire». Nel seder (cena pasquale ebraica), si mangiavano azzime ed erbe amare ma si dichiarava anche di attendere di poter, presto, consumare di nuovo l’agnello: «l’anno prossimo a Gerusalemme».

Vi fu una comunità che da pochi anni aveva aderito alla fede in Gesù Cristo morto e risorto. Si trattava di un manipolo di persone disseminate in una grande città greca chiamata Corinto. Tra loro non tutto andava bene; vi erano contrasti e si manifestavano comportamenti giudicati non confacenti allo stile di vita dei credenti. Giunse una lettera ricca di ammonimenti. Era una voce autorevole, quella di un apostolo di nome Paolo. Per indicare lo stile di vita proprio di una comunità che formava le membra di Cristo, l’apostolo richiamò ai «greci»  un antico, incancellabile sostrato ebraico. Alluse a un pane che prima gli agricoltori cuocevano senza farlo lievitare e che poi tutti gli ebrei mangiarono come segno di liberazione dall’Egitto, l’azzima era diventata simbolo di una vita nuova: la schiavitù si trovava ormai alle spalle. Paolo invitò i destinatari della lettera a identificarsi con quel pane; altro il discorso riguardo all’agnello. I santi della Chiesa di Dio che era in Cortino furono chiamati a divenire azzimi, non agnelli. A fondamento di tutto, disse, si trova l’ evento  unico e irripetibile accogliendo il quale diventaste credenti: Cristo nostra Pasqua (vale a dire Agnello) è stato sacrificato. Grazie a quell’Agnello ora siete chiamati a celebrare, con azzimi di sincerità e verità, la festa dell’esistenza credente (cfr. 1Cor 5,8).

La fede allora prese antichi riferimenti religiosi e li mutò applicandoli alla vita di una comunità. Non si poteva prescindere dall’alludere a quei racconti e a quei gesti; il credere, però, non si risolveva in essi. L’autentica celebrazione della Pasqua stava nel diventare, grazie all’Agnello, morto e risorto una volta per tutte, azzimi di sincerità e verità. Tuttavia ciò non poteva accadere senza una diuturna, e mai del tutto conclusa, lotta volta a eliminare il lievito vecchio, connotato da malizia e perversità. Allora come ora.

Piero Stefani

 

 

 

337 Racconti di Pasqua (24.04.2011)ultima modifica: 2011-04-22T07:00:00+02:00da piero-stefani
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