237 – Corsi e ricorsi (15.02.09)

Il pensiero della settimana, n. 237 

 

Si era a fine Ottocento, l’età dei nazionalismi. La Francia, umiliata dalla Germania, meditava vendetta. Nello stato maggiore francese vi era un solo ebreo: Alfred Dreyfus. Il militare fu ingiustamente accusato di spionaggio a favore dei tedeschi.  Scoppiò un caso giudiziario di vastissima portata. L’opinione pubblica si divise tra innocentisti e colpevolisti. Il paese si spaccò.

 

In quell’occasione in Francia retaggi di antigiudaismo antico e influssi di un più recente antisemitismo, nazionalismo autoritario, conservatorismo sociale e Chiesa cattolica formarono un blocco unitario. Nonostante la diversità degli ingredienti il fronte si presentò compatto. Dall’altra parte si schierarono i difensori del diritto, della laicità e della liberal-democrazia. Zola scrisse il suo celebre J’accuse. Dopo uno scontro durissimo, questi ultimi ebbero la meglio. La Francia divenne una repubblica completamente laica (cfr. la legge del 1905).

 

All’inizio del  XXI sec. l’età dei nazionalismi  è ormai tramontata. Ciò avviene non perché non esistano più umori e visioni un tempo confluiti in quella ideologia. La ragione è altra: a essere traballante è il “contenitore” stato-nazione attualmente  insidiato, da fronti opposti e complementari, sia dalla globalizzazione sia dai regionalismi.  In questo contesto,  come ha dimostrato l’Italia delle ultime settimane, le grandi divisioni connesse a singoli casi non sono più legate ai rapporti tra stati-nazioni. Il nostro paese infatti si è spaccato attorno a un caso giudiziario incentrato non sullo spionaggio a favore di un altro stato, ma su questioni etiche connesse alla tecnica. Dai nazionalismi si è passati alla biopolitica.

 

Anche ora si è formato un blocco ricco di componenti eterogenee. Dopo aver contribuito a far sì che  i temi morali diventassero luogo decisivo per gestire il potere politico, la Chiesa italiana e il Vaticano si sono trovati rappresentati da un capo di governo che per biografia, stile di vita, personalismo decisionistico, leggi ad personam, disprezzo delle istituzioni, incarna quel che vi è di più antitetico alle indicazioni proposte dalla gerarchia nelle raccomandazioni ideali da essa rivolte ai politici. In effetti, esistono ancora dei distinguo. Su razzismo, immigrazione, sicurezza le posizioni ecclesiali non collimano con quelle del governo o almeno di alcuni dei suoi rappresentanti. Le linee di separazione appaiono però fragili: in un regime concordatario la Chiesa cattolica ha bisogno di essere largamente finanziata dallo stato e garantita dal governo in carica di non vedersi decrementare troppo quel flusso.  In questo quadro la capillarità della presenza cattolica deve per forza di cose essere giudicata espressione dell’ethos maggioritario nel paese. Perché il gioco continui ci devono essere alcuni punti in cui i valori difesi dagli uni e dagli altri possano apparire coincidenti. L’ambito bioetico è il più adatto.

 

I “casi” per definizione dividono l’opinione pubblica. A volte però essi toccano la tenuta stessa delle istituzioni. In simili circostanze si entra comunque nel gioco in cui c’è chi vince e c’è chi perde. In Italia le ormai consolidate sconfitte su divorzio e aborto sono per la Chiesa più decisive delle effimere vittorie conseguite sul fronte dei pacs o della fecondazione assistita. Tuttavia è pur vero che nel nostro paese è difficile pensare a un J’accuse dotato di sufficiente autorevolezza per riuscire a proporre e attuare una svolta effettiva.  Sarà la forza delle cose a sgretolare a poco a poco confini presentati come invalicabili e a dimostrare che, anche quando li si è oltrepassati, non tutto è catastrofe. Il testamento biologico non segnerà la paganizzazione completa della società e il tramonto di ogni valore cristiano. Né lo “staccare la spina”  sarà percepito come legalizzazione dell’omicidio. L’inerzia è forza grandiosa, non onnipotente.

 

Quanto davvero preoccupa è che questo passaggio sia lasciato all’andamento delle cose senza che sorgano una coscienza civile e movimenti politici in grado di governare il cambiamento. Ma perché avvenga un salto qualitativo occorrerebbe che l’attenzione alla tecnica, in luogo di essere lasciata alle interessate elucubrazioni di Emanuele Severino, diventasse occasione di vaste riflessioni etiche e politiche di primaria grandezza.

 

Non meno desolante è lo sguardo gettato all’interno della Chiesa: in essa non c’è più alcun sensus fidelium capace di essere ascoltato e accolto dai pastori. Al giorno d’oggi obbedienza manipolata e sterile ribellismo sono due paratie mobili che stringono sempre più lo spazio riservato a chi confida, nella Chiesa e non già fuori di essa, di essere ancora nelle condizioni di manifestare una fede adulta.

 

 

Postilla.  Dopo Ratisbona Benedetto XVI chiese scusa ai musulmani e andò in Turchia; dopo il “caso Williamson” ha domandato perdono agli ebrei e ha annunciato un viaggio in Israele. A Ratzinger non si può chiedere di più: è utopia pensare che giunga il giorno in cui chiederà scusa anche ai cattolici per le umiliazioni patite dalla Chiesa a causa dell’incapacità di discernimento e di governo tipiche dell’attuale ponteficato.

Piero Stefani

237 – Corsi e ricorsi (15.02.09)ultima modifica: 2009-02-14T00:00:00+01:00da piero-stefani
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