587 – Alla ricerca della mensa comune (06.11.2016)

Il pensiero della settimana  n. 587

Alla ricerca della mensa comune

   La visita di papa Francesco a Lund e la collegata firma di una Dichiarazione congiunta  da parte  dei massimi rappresentanti rispettivamente della Chiesa Cattolica romana e  della Federazione Luterana  Mondiale (nella persona del suo presidente, Munib A. Younan) è stata una tappa di primaria grandezza sul cammino ecumenico. Questi avvenimenti si inseriscono in un itinerario che vede nella firma della Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione (1999) e nel documento Dal conflitto alla comunione della Commissione luterana-cattolica romana sull’unità (2013) i due passaggi più qualificanti.

  Papa Francesco prosegue con intensità la sua linea di condotta prediletta, vale a dire andare a trovare gli “altri” a casa loro. Lo ha già fatto parecchie volte. Per limitarsi all’Italia ci sono state la visita privata a Caserta al pastore evangelico Traettino  (2014) e le visite al tempio valdese di Torino  (2015), alla Comunità di Luterana di Roma (2015), alla sinagoga di Roma (2016). In questo recarsi presso gli “altri” sembra realizzarsi parte dello slogan che ha contraddistinto l’inizio del suo pontificato: «Chiesa in uscita». Il contributo all’ecumenismo da parte di papa Francesco sta innanzitutto nella sua capacità di incontrare l’ “altro”. Non è poco; ma tutto non può risolversi in ciò, almeno in ambito intracristiano. Non è così perché è richiesto di fare passi avanti proprio sulla via dell’incontro, un  atto che per i credenti in Gesù Cristo raggiunge il proprio culmine attorno alla mensa eucaristica.

    La dichiarazione congiunta firmata a Lund non sottace il problema. Essa testualmente afferma: «Molti membri delle nostre comunità aspirano a ricevere l’Eucaristia ad un’unica mensa, come concreta espressione della piena unità. Facciamo esperienza del dolore di quanti condividono tutta la loro vita, ma non possono condividere la presenza redentrice di Dio alla mensa eucaristica. Riconosciamo la nostra comune responsabilità pastorale di rispondere alla sete e alla fame spirituali del nostro popolo di essere uno in Cristo. Desideriamo ardentemente che questa ferita nel Corpo di Cristo sia sanata. Questo è l’obiettivo dei nostri sforzi ecumenici, che vogliamo far progredire, anche rinnovando il nostro impegno per il dialogo teologico». L’allusione alle coppie interconfessionali e il riferimento alla sete e fame spirituale del popolo dei credenti sembra quasi attestare (forse involontariamente) che la lacerazione non è patita con forte intensità in prima persona dalle gerarchie. Non a caso il tema è esposto in chiave più pastorale che ecclesiologica. In realtà la questione è fortemente asimmetrica, da parte delle Chiese della Riforma è infatti  prassi comune invitare tutti i credenti alla mensa del Signore, non così da parte cattolica che non solo non invita ma proibisce anche ai propri fedeli di accogliere l’invito altrui. Ci si trova in tal modo nella situazione – da alcuni giudicata in senso proprio scandalosa (secondo l’etimologico «inciampo») – in cui l’ospite non condivide quanto di  più prezioso gli offre chi lo accoglie a casa sua. Del resto se l’appello è alla sete e alla fame spirituali del popolo cristiano, quest’ultimo, come vuole per esempio don Giovanni Cereti, potrebbe assumere consapevolmente un ruolo più attivo rispetto alla modifica dell’attuale prassi cattolica. [1]

   Nel passo relativo al desiderio di partecipare alla mensa comune, così come in tutte le altre parti della dichiarazione congiunta, manca ogni traccia di speranza escatologica. La testimonianza antica ma anche perenne parla invece proprio questo linguaggio (presente pure nella liturgia attuale): «Ogni volta infatti che mangiate  questo pane e bevete questo calice,[2] annunciate la morte del Signore, fino a che egli venga» (1Cor 11,26). La speranza guarda sempre a una comunione più grande di quella che ci è dato di vivere ora e, rispetto a quell’orizzonte, la maggior parte delle attuali divisioni perdono consistenza. Anche la sospirata partecipazione alla stessa mensa non è meta, pure allora infatti si vivrebbe una esperienza di comunione non piena, un «già» rivolto a un «non ancora». Tuttavia la tensione verso la «Pasqua eterna» è attualmente posta così fuori centro nella prassi ecclesiale da far tornare alla mente la frase lucana nella quale Gesù si chiede se il Figlio dell’uomo quando verrà troverà fede sulla terra (Lc 18,8).

   Di tutto ciò sui media è passato assai poco. La prassi mediatica è che il culmine dei viaggi coincida con le dichiarazioni a braccio fatte da Francesco  nella conferenza stampa concessa sulla via del ritorno (e basterebbe ciò per chiedersi se val la pena  continuare fatidicamente a conformarsi a questa consuetudine “mondana”). Nelle domande dei giornalisti non vi è stato alcun cenno alla mensa eucaristica. Vi è stato però un richiamo all’altro tema asimmetrico che divide la Chiesa cattolica da quelle della Riforma: il ruolo della donna. Da una parte la prassi è stata mutata, dall’altra si giudica invece la questione immodificabile, almeno in relazione al presbiterato.

« Anna Cristina Kappelin: (della televisione svedese Vereriges TV).

“Buongiorno.  La Svezia, che ha ospitato questo importante incontro ecumenico, ha una donna a capo della propria Chiesa. Che cosa ne pensa? È realistico pensare a donne-preti anche nella Chiesa Cattolica, nei prossimi decenni? E se no, perché? I preti cattolici hanno paura della competizione?”

Papa Francesco:

“Leggendo un po’ la storia di questa zona, dove siamo stati, ho visto che c’è stata una regina che è rimasta vedova tre volte; e ho detto: ‘Questa donna è forte!’. E mi hanno detto: ‘Le donne svedesi sono molto forti, molto brave, e per questo qualche uomo svedese cerca una donna di un’altra nazionalità’. Non so se sia vero!… Sull’ordinazione di donne nella Chiesa Cattolica, l’ultima parola chiara è stata data da San Giovanni Paolo II, e questa rimane. Questo rimane. Sulla competizione, non so …».

Piero Stefani


[1] «E a questo proposito si può riconoscere che sono sempre più numerosi i cristiani che credono in coscienza di poter partecipare all’eucaristia  delle altre comunità cristiane (…) Essi considerano questa trasgressione come un’obbedienza all’azione dello Spirito santo che spinge dal basso all’unità nella chiesa» Giovanni Cereti, Per un rinnovamento della Chiesa. Conversazione con Luigi Conte, Marcinum Press, Venezia 2015, p. 87

[2] La comunione sotto le due specie pienamente autorizzata dalla Chiesa cattolica romana dovrebbe essere praticata il più largamente possibile anche come un segno ecumenico.

587 – Alla ricerca della mensa comune (06.11.2016)ultima modifica: 2016-11-05T08:00:07+00:00da piero-stefani
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