560 – Il re e la capanna (20.03.2016)

ll pensiero della settimana n. 560

      Il re e la capanna del povero

        A vent’anni dalla morte di Sergio Quinzio (22 marzo 1996) e alla vigilia della Settimana santa riproduco – con l’aggiunta di una chiosa finale – una pagina tratta dal mio libro «I volti della misericordia», Carocci, Roma 2015.
     Una domanda: il volto ultimo della misericordia divina sta nella condivisione della sventura da parte del Signore o si trova nel donare pienezza di vita tanto a coloro che non l’hanno avuta quanto a coloro che hanno concretamente, eppur parzialmente, compreso quanto sia duro che altri non ce l’abbiano? Forse non si è di fronte a un aut aut.  Vi sono espressioni abissali della misericordia tali da farla credere la parola ultima. Esse però non riescono a sfuggire a un qualche eccesso di patetismo. In esse infatti dolore, impotenza e condivisione appaiono come l’unica forma pensabile di salvezza. L’abbassamento di Dio risulta allora più salvifico che l’innalzamento del povero. Una piccola, grande parabola di Sergio Quinzio (a lui così cara che si è pensato di stamparla sul suo ricordo funebre) esprime quest’ultima visione con struggente intensità.

Un re, avendo pietà di un uomo povero che aveva molto sofferto, volle consolarlo e onorarlo, e perciò lo vestì di porpora, gli mise al dito un prezioso anello, lo incoronò e lo fece sedere su un trono alla sua destra. Un altro re invece, avendo pietà e volendo consolare e onorare un uomo povero che aveva molto sofferto, si svestì della porpora, si tolse l’anello e la corona e andò a sedersi accanto a lui sulla nuda terra della sua capanna. Quale dei due re manifestò la pietà più perfetta? E quale dei due uomini fu più consolato e onorato? Così io credo che ci sarà restituita la nostra povera vita, e che Dio si abbasserà (Luca 12,37) per viverla per sempre con noi, e noi avremo un insaziabile bisogno di consolarlo e onorarlo per l’eccessiva magnificenza del dono che lo spoglia: perché è scritto che chi si umilia sarà esaltato. Io mi metto alla scuola dei miei miseri ebrei, credo ciò che è più impossibile credere. [1]

       In queste parole vi è patetismo, ma vi è anche verità. Esse risuonano vere soprattutto al cuore dell’uomo contemporaneo che avverte la povertà e la debolezza come il volto più autentico di Dio e in ogni caso come l’unico che meriti e dia veramente amore. L’antica tradizione cristiana avrebbe concluso diversamente la parabola. Essa si sarebbe attenuta più da vicino alla lettera del Nuovo Testamento. Avrebbe parlato di un re che invia suo figlio a consolare il povero; per portare a temine la sua missione, egli ne condivide pienamente, ma per un tempo limitato, la sorte;  poi, per l’uno e per l’altro, si sarebbe dischiusa la via del ritorno alla reggia. La parola finale spetta non alla capanna ma alla dimora regale; tuttavia neppure nei pressi del trono il passato è annullato. L’Agnello dell’Apocalisse (5,6) è in piedi ma è anche sgozzato. Il risorto porta infisse nel corpo le piaghe della sua passione. Le cicatrici sono tanto segno di guarigione quanto memoria incancellabile di antiche ferite. La povertà e la morte non sono dimenticate, sono vinte perché conglobate nella pienezza della vita.
       Siano ancora capaci di sperarlo? È una domanda che ci si riproporrà nel corso della Settimana santa nella quale stiamo entrando. Beati coloro che udranno nel loro cuore la risposta giungere dall’alto e dal profondo.
Piero Stefani

[1] S. Quinzio,  Dalla gola del leone, Adelphi, Milano 1980, p. 137.

 

560 – Il re e la capanna (20.03.2016)ultima modifica: 2016-03-19T07:00:54+00:00da piero-stefani
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